La lunga lotta per estirpare la piaga sociale dei muci di Borodol e dintorni
- PICCOLA PREMESSA E IMPOSTAZIONE DELLO STATUS QUAESTIONIS. Nel cammino a ritroso per ripercorrere la storia dei miei quasi 12 anni di missione a Borodol attraverso la pubblicazione delle lettere, è necessario, a questo punto, aprire una parentesi per affrontare un argomento scottante. Si tratta di quella che io definisco “la piaga sociale” dei Muci di Borodol e dintorni, rimasta tale anche dopo la loro conversione al Cristianesimo. Nei diarii dei Gesuiti, che per primi vennero a contatto con loro, c’è qualche accenno al problema, ma non appare una policy, una direttiva chiara a riguardo. Nel 1952 i Saveriani subentrarono alla guida delle due missioni di Satkhira e Borodol. Non risulta che essi dessero molta importanza al fenomeno. La piaga su cui mi accingo a parlare trova la sua esplicitazione in un trinomio: avvelenamento delle mucche o capre, scoiamento delle medesime ed il mangiarne le carni in via di putrafazione (in bengalese: bish dewa, goru kata e mora mannkso khawa). Questa piaga rappresenta per i nostri quella che era per gli Ebrei l’Egitto, il luogo della schiavitù, da cui bisogna uscire per andare incontro alla libertà e vincere tutte le paure che li tengono bloccati e rendono vano ogni tentativo di liberazione che viene dall’esterno.
- LA STRETTA CONNESSIONE CON L’ANNUNCIO DEL VANGELO. Non so se riuscirò a trasmettere l’importanza di questa lotta strettamente connessa all’annuncio del Vangelo. Quello che sto per scrivere in queste righe non è mai stato scritto da nessuno e porta inevitabilmente i connotati della mia visione delle cose per aver partecipato direttamente alla lotta. La piaga sociale, di cui sto iniziando a parlare, riguarda (al momento storico: riguardava!) soprattutto i Muci che vivono al sud, al margine della foresta tropicale. In quesr’area, fatta eccezione di Borodol, la capitale (rajdhani) dei Muci del sud, tutte le para (para= raggruppamento di capanne) non andavano oltre le 40/50 capanne ed erano tutte collocate sulla riva dei fiumi. Perché al sud e perché sulla riva dei fiumi? Nel sud del Bangladesh, a causa della salsedine, c’è solo una raccolta di riso all’anno, propiziata dalla stagione delle piogge, che rendono l’acqua dolce ed il terreno pronto ad accolgliere la coltivazione del riso.
- COME SI SVOLGONO LE TRE OPERAZIONI. Ci sono sterminate estensioni di terreno chiamate bil. Dopo il taglio del riso, sul bil vengono al pascolo mandrie di mucche e bufali. E’ questo il momento in cui entrano in azione i nostri. Uno di loro, esperto avvelenatore esce alla chetichella, nel primo pomeriggio, quando il sole scotta di più e si porta sul campo di lavoro. Il veleno, chiamato tipni in thar bhasha (thar bhasha è il linguaggio segreto dei Muci), di solito viene dall’India (ovviamente i loro colleghi!) e c’è tutta una tecnica per somministrarlo e renderlo efficace. L’operazione, come dicevo, di solito avviene nel pomeriggio quando i pastori (rakhal) stanno facendo la loro siesta. Un paio di ore dopo, le bestie avvelenate cadono distese con gran raccapriccio dei guardiani, i quali non hanno nessun sospetto sulla causa del decesso. Il giorno dopo, di buon mattino, a colpo sicuro, i nostri si recano a raccogliere la preda, che nessun altro osa toccare per paura di venir contaminato. Incomincia l’operazione di squartamento e di scoiatura per ricavare la preziosa pelle ( in thar bhasha: tolpi). Segue la distribuzione o la vendita della carne (mora manksho) a buon mercato all’interno della para. L’atto finale è la conciatura della pelle, che viene opportumente stesa a terra e trattata col sale. Lascio immaginare a voi la fragranza del profumo, che si diffonde in tutta la para. Mi viene in mente un episodio del primo anno di presenza a Borodol. Stavo visitando le famiglie. Nell’entrare in una cappanna, mi venne al naso un odore strano; mi guardo intorno, alzo gli occhi e vedo sul tetto della capanna strisce di carne di mucca poste ad asciugare e sciami di mosche che vi danzavano sopra.
- DESCRITTO IL CAMPO DI BATTAGLIA, QUALE LA STRATEGIA? Questo era il quadro e questo il campo di battaglia. Ovviamente l’avvelenatore era uno solo, ma tutti partecipavano e tutti erano più o meno implicati. Non c’erano dubbi. Questo era il principale ostacolo che impediva ai Muci di acquisire la dignità di uomini nei confronti delle altre comunità Hindu e Musulmane. Ancora agli inizi di questa storia, un matubbor (capo villaggio) di Goroikhali di nome Biswanath Mistri, il papà di Mario, che sarebbe diventato il primo sacerdote della parrocchia di Borodol, interpellato da me sull’argomento, mi riferiva un proverbio molto espressivo ed esplicativo. Mi diceva: “veda, padre, per quanto lo shokun (shokun è l’avvoltoio) voli in alto, il suo sguardo è sempre rivolto verso la preda. Il provervio esprime chiaramente quale immagine il Biswanath avesse della sua gente e, ovviamente, anche di se stesso. Una volta mi recai dal vescovo, Michael D’Rozario, primo vescovo bengalese della diocesi di Khulna, ad esporre la situazione ed avere suggerimenti per una eventuale azione pastorale. Egli mi smontò subito dicendo: “veda, padre, l’avvelenamento delle bestie è certo un reato e bisogna combatterlo, ma lo scoiare è un mestiere come gli altri; il mangiare carne morta poi può sì recare danno alla salute, ma quello che mangiamo non contamina l’uomo, lo dice anche Gesù nel vangelo”. Me ne tornai con le pive nel sacco, sconfitto sì, ma con dentro la speranza che prima o poi i tempi sarebbero maturati. Non comprendeva il mio vescovo, pur essendo bengalese, quella che io ho definito la legge del trinomio e cioè come le tre azioni fossero strettamente collegate fra di loro e volendo eliminarne una, bisognava eliminarle tutte e tre. La chiosa più indovinata a questo atteggiamento del vescovo me la dava il mio catechista Mothi Shing, mio braccio destro nei primi tre anni di missione a Borodol, quando gli riferii l’esito dell’incontro con il vescovo. “Padre, Mothi mi disse, il vescovo è della stessa idea degli Hindu e dei Musulmani; vuole che rimaniamo così come siamo perché tutti possano spadroneggiare su di noi”.
- L’ARRIVO DI P. PIERO COLOMABARA NELL’OTTOBRE DEL 1980. Prima dell’arrivo di P. Piero Colombara a Borodol io non avevo intrapreso alcuna azione a riguardo, perché ero dell’idea che occorreva in primo luogo offrire alla gente alternative di lavoro e questo era stato fatto in larga misura a Borodol, ma anche negli altri villaggi. La battaglia incominciava a Borordol. A battaglia combattuta e vinta, il centro della missione diventava il modello per gli altri villaggi. (A questo punto, per completare il quadro, suggerirei di leggere o rileggere la relazione da me fatta all’Assemblea dei Saveriani nel 1983, dove parlo del mio rapporto con P. Piero Colombara). Chuknagar, 20.04.2020 p. Antonio Germano Das sx.