BORODOL, 21.08.1989
Carissimi,
E’ passato tanto tempo ormai che non so più chi sia in debito in fatto di lettere se io o voi. Per quel che mi riguarda, io sto bene e lo stesso vorrei che fosse anche di voi. A quest’ora, mentre scrivo, penso siate ritornati tutti a Roma e ripreprendere l’attività di ogni giorno e spero che abbiate potuto riposarvi serenamente.
Sapete già che dallo scorso giugno le Suore sono presenti a Borodol ed hanno cominciato a lavorare. Così il mio compito è terminato: ora toccherà ad altri continuare. Certo il distacco sarà un po’ duro per tutti sia per me sia per la gente dopo tanti anni trascorsi insieme, nella gioia e nel dolore. Ma il Signore darà a tutti la forza per compiere la sua volontà.
Io verrei in Italia per la fine di ottobre o ai primi di novembre. Questa volta mi fermerò qualche mese in più per avere la possibilità di seguire qualche corso di aggiornamento nelle università romane. Tra l’altro la nostra comunità del Bangladesh si trova un po’ in difficoltà in fatto di personale. Infatti, P. Giacomo Rigali, nostro superiore regionale, venuto in Italia per partecipare al Capitolo Generale, è stato eletto consigliere nella nuova Direzione Generale. Così i Saveriani del Bangladesh devono scegliersi un nuovo superiore e questo avverrà in dicembre, quando io sarò in Italia, fuori pericolo.
E voi come state? Fra non molto ci rivedremo. Io mi avvio verso il traguardo del mezzo secolo e son contento di tagliarlo qui in missione. Se non ricordo male, anche qualcuno di voi (Domenico?) festeggia il compleanno in settembre: a lui i migliori auguri e il ricordo nella preghiera. Per intanto vi abbraccio tutti. Antonio.






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BORODOL, 01.02.1989
Carissimi,
Tramite Mons. Rossano, venuto in Bangladesh per tenerci un corso di esrcizi spirituali, ho ricevuto la vostra cara lettera con la notizia della somma lasciata per me a Roma presso la Direzione Generale. Vi ringrazio per come mi seguite e vi interessate di me. Vi scrivo queste poche righe per potervi fare arrivare la mia risposta tramite il vescovo Michael D’ Rozario, che viene a Roma per la visita ad limina dal Papa insieme agli altri 4 vescovi del Bangladesh. Spero che voi abbiate modo di vederlo: non conosce l’italiano, ma qualcosa capisce.
Forse mi aspettavate in Italia per questa primavera. In realtà questo mio terzo turno di Borodol finirà in ottobre e quindi sarò in Italia per Natale. Così termino a Borodol, celebrando i miei 50 anni di vita (16 settembre) e 25 anni di sacerdozio (25 ottobre). Mi fermerò più a lungo in Italia e poi ritornerò per cominciare in qualche altro posto, ma sempre tra i fuoricasta.
Il lavori della casa delle Suore sono a buon punto e per giugno si prevede l’inaugurazione con la venuta delle Suore, che completeranno il lavoro da noi iniziato. Con i mesi che mi rimangono sarà un po’ difficile rimettere in piedi quello che è andato distrutto: si fa quello che si può, il Signore penserà al resto. Non saranno certo i disastri a scoraggiarci: per chi crede, tutto è sempre nuovo e quindi si ricomincia con lo stesso entusiasmo, perché non lavoriamo per noi e per la nostra gloria. Quello che conta è rimanere fedele a Lui, sapendo che quello che accade accade sempre per un bene migliore e duraturo.
Termino così queste poche righe sperando di sentire presto da voi. Vi ringrazio di tutto cuore per quello che avete fatto e state facendo per papà, il quale, nella sua ultima lettera, non ha fatto altro che parlarmi dell’affetto con cui si è visto circondato nella sua malattia: il Signore ve ne renda merito! Vi abbraccio caramente. Vostro Antonio.
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KHULNA, 04.12.1988
Carissimi,
Riprendo di nuovo in mano la penna dopo la festa di S. Francesco Saverio per continuare il discorso rimasto interrotto bruscamente per lo scatenarsi della furia finale del ciclone. E noi ci trovavamo proprio nell’occhio del ciclone. Penso che le immagini e le notizie del disastro siano arrivate anche da voi. La zona interessata era molto vasta e la furia è durata una diecina di ore, il tempo necessario per distruggere quello che si è cercato di mettere in piedi in più di 10 anni di fatica. Infatti tutti i villaggi di Borodol hanno subito la medesima sorte: tutte le case scoperchiate o crollate. Le chiese o le scuole non in muratura si sono afflosciate al suolo. La violenza si è abbattuta anche sulla mia moto, rendendola inagibile. L’avevo collocata nella scuoletta di Goroikhali. Durante la notte il tetto è crollato e la moto è rimasta sepolta. Le chiese di Borodol, Burya e Jamalnogor scoperchiate. La campana di Borodol, situata su un’apposita struttura di metallo è stata sbattuta sul terrazzo sottostante.
La stessa sorte è toccata ai nostri fratelli Musulmani e Hindu. I morti? Chi riuscirà mai a contarli? Era il tempo in cui i pescatori si spingono al largo nell’oceano per la pesca. Quanti di loro son potuti tornare indietro sani e salvi? Come vi dicevo nell’altro foglio, io mi trovavo a Goroikhali, come tutti gli altri, alla mercè degli elementi scatenati della natura. Ad un certo punto della notte, la massa d’acqua ha superato gli argini ed è piombata sul villaggio sommergendolo. Mi son trovato immerso nell’acqua fino alla cintola. L’unica piattaforma in cemento era il posto dove si ergeva la casa del catechista, dove io mi trovavo. Strappate via dalla furia del vento le tegole, l’una dopo l’altra volavano e la struttura della casa ondeggiava come se dovesse crollare da un momento all’altro. Con il catechista, suo figlio e la moglie, in stato interessante,vicina al parto, ci troviamo a cielo scoperto, ma siamo più fortunati degli altri, perché il pavimento della casa è mattonato e non in terra battuta.
Mentre in quella posizione, in attesa del peggio, alzando gli occhi scopro che il Biswanath, di cui ho già parlato altre volte, nuotando avanza verso la nostra piattaforma. Quando mi vede, alzando con la destra gli occhiali, grida: “Father, shob ghelo!”, che significa: padre, ho perso tutto (salvo gli occhiali). Mi ero affidato al Signore come fosse arrivata per me l’ultima ora. Ma, verso le due di notte, grazie a Dio, il vento cambia direzione e aiuta il deflusso dell’acqua verso l’oceano: siamo salvi!
A Borodol tutte le case crollate. La gente ha potuto trovare rifugio nella scuola, nel community centre e nel convento delle suore, che, fortunatamente, siamo riusciti a coprire in tempo col tetto. La gente vi rimarrà finché le loro case no verranno in qualche modo riparate. Tralascio tanti altri particolari che si possono raccontare solo a voce. Ringrazio il Signore di poter essere in grado di raccontarvi la tragedia e di avere la forza di ricominciare daccapo. Che il Natale vi porti la gioia piena del Figlio di Dio fatto uomo. Vostro Antonio.
english translation
KHULNA, 04.12.1988
I take the pen back in my hand after the feast of St. Francis Xavier to continue the speech which was abruptly interrupted by the unleashing of the cyclone’s final fury. And we were right in the eye of the storm. I think the pictures and news of the disaster have also come to you. The affected area was very large and the fury lasted about ten hours, the time needed to destroy what we tried to put in place in more than 10 years of effort. In fact, all the villages of Borodol have suffered the same fate: all the houses uncovered or collapsed. Churches or non-masonry schools collapsed on the ground. The violence also hit my bike, making it unusable. I had placed it in the school of Goroikhali. During the night the roof collapsed and the motorbike was buried. The churches of Borodol, Burya and Jamalnogor uncovered. The Borodol bell, located on a special metal structure, was slammed on the terrace below.
The same fate has fallen to our Muslim and Hindu brothers. The dead? Who will ever be able to count them? It was the time when fishermen go off to the ocean for fishing. How many of them have been able to go back safely? As I said on the other sheet, I was in Goroikhali, like everyone else, at the mercy of the wild elements of nature. At some point during the night, the mass of water passed the banks and plunged over the village submerging it. I found myself immersed in water to the waist. The only concrete platform was the place where the catechist’s house stood, where I was. The tiles were torn away by the fury of the wind, one after the other they flew and the structure of the house swayed as if it were to collapse at any moment. With the catechist, his son and his wife, in an interesting state, close to childbirth, we find ourselves in the open air, but we are luckier than the others, because the floor of the house is brick and not clay.
While in that position, waiting for the worst, looking up I discover that the Biswanath, of which I have already spoken before, swimming advances towards our platform. When he sees me, raising his glasses with his right hand, he shouts: “Father, shob ghelo!”, Which means: father, I have lost everything (except the glasses). I had entrusted myself to the Lord as the last hour had come for me. But, around two in the morning, thank God, the wind changes direction and helps the flow of water to the ocean: we are safe! In Borodol all the houses collapsed. People were able to find refuge in the school, in the community center and in the nunnery, which, fortunately, we managed to cover with the roof in time. People will stay there until their homes are somehow repaired. I leave out many other details that can only be told verbally. I thank the Lord for being able to tell you about the tragedy and for having the strength to start again. May Christmas bring you the full joy of the Son of God made man. Your Antonio.


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GOROIKHALI, 29.11.1988
Carissimi,
Vi scrivo da Goroikhali, dove sono rimasto bloccato da 4 giorni. Ero arrivato in moto sabato per celebrare la prima Domenica di Avvento con i Cristiani di questo villaggio. Ma, appena arrivato, si è scatenato l’universo, un ciclone che dura ormai da 3 giorni e che non mi permette di tornare indietro, perché da una parte la strada è diventata una poltiglia di fango, dall’altra nessuna barca si avventura a mettersi in acqua. Avevo cominciato questa lettera alle nove del mattino (Domenica), poi ho ripiegato il foglio e sono andato verso il fiume per vedere se arrivava il battello, che parte da Khulna e viene da queste parti: vana speranza!
La radiolina a transistor, che porto sempre con me, segnala a più riprese la pericolosità del ciclone. In questo momento, che ho ripreso in mano la penna, sono le tre del pomeriggio ed il ciclone si è scatenato con maggiore violenza: acqua e vento, con il fiume Shipsa a due passi, il cui livello continua a salire per il riflusso dell’onda che viene dal Golfo del Bengala sospinta dal vento impetuoso. La radiolina continua a ripetere di quanto si alzerà l’acqua del fiume in coincidenza dell’alta marea. L’ultima notizia è che si alzerà di nove piedi (l’equivalente di 3 metri). Se è così, l’acqua trasborderà dall’argine e sommergerà il villaggio. Si prevede che la piena avvenga durante la notte. Se continua così non potrò andare neppure a Khulna per festeggiare con i confratelli S. Francesco Saverio, nostro patrono, il 3 dicembre.
Al tempo in cui vi arriverà questa lettera, per il fatto stesso che vi arriva, significa che tutto è passato e che sono ancora in vita e non avete perciò ragione di preoccuparvi di me. L’anno prossimo, di questi tempi, sarò in Italia per passare il Natale con voi. So che per voi quest’anno c’è una nota triste per la scomparsa della mamma di Lucia, ma spero che il Signore vi ricolmi ugualmente della sua gioia. Vi abbraccio tutti caramente, Vostro Antonio.
KHULNA, 19.02.1988
Carissimi,
Con grande piacere ho ricevuto la vostra graditissima lettera cumulativa e vi rispondo al termine del corso di esercizi spirituali annuali, diretti da Don Carlo Molari, un teologo famoso, venuto appositamente da Roma. Tramite lui vi mando questa mia lettera. Don Carlo è stato per alcune ore in visita a Paigacha, il villaggio della missione di Borodol costruito ex-novo, come tante volte ho avuto modo di dirvi, con il contributo della Caritas Italiana. Don Carlo aveva con sé la video-camera e perciò ha potuto documentare luoghi e scene. Spero che abbiate modo di vedere le cassette.
Domani, 20 febbraio, ritorno a Borodol, dove sono rimasto di nuovo da solo, perché il prete bengalese che era con me, è stato chiamato a fare il rettore del seminario diocesano. Da qualche mese ormai abbiamo finito di costruire una chiesetta intitolata alla Madonna, Regina del Kopotokko, il fiume di Borodol, come ormai dovreste sapere. La chiesetta che si trova a Burya, un villaggio a 2 km. da Borodol, verrà inaugurata a metà aprile con l’intervento del vescovo e diventerà il Santuario Mariano per noi che viviamo al margine della foresta (Sundorbon) del Bengala. Dobbiamo comunque ancora concordare un programma con la nostra gente.
La situazione politica è ancora molto confusa e non si sa che sbocco possa avere. Ad ogni modo, per ora, a noi non ha creato problemi. Recentemente si sono svolte le elezioni amministrative, che hanno provocato parecchio disordine: 150 morti (uno anche a Borodol). Chi ne va di mezzo al momento è sempre la massa dei poveri, per i quali la scodella di riso si riempie sempre più di amaro.
Quando questa lettera vi arriverà, il periodo quaresimale sarà in pieno svolgimento. Accogliamo con fede questo invito annuale a rinnovarci per celebrare la Pasqua del Signore. Speravo tanto di vedervi qui in Bangladesh! Varrà per l’anno prossimo? Chiudo queste poche righe facendovi gli auguri per la S. Pasqua e pregandovi di salutare tutti, parenti e amici. In attesa di sentirci a presto vi abbraccio cordialmente. Vostro Antonio.




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BORODOL, 25.03.1987
Carissimi,
Colgo al volo questa occasione per mandarvi due righe in risposta alla vostra cara lettera. Ho appena terminato una settimana di lavoro con la mia gente al Centro Catechetico di Jessore. A distanza di pochi mesi vi ho portato per la seconda volta una cinquantina di persone (uomini e donne), provenienti da tutti i villaggi di Borodol per un approfondimento del nostro discorso di fede. Si era partiti da un’analisi-lettura della nostra situazione di fatto (lavoro della prima settimana) per arrivare a tracciare delle linee programmatiche, che abbracciano l’aspetto educativo socio-religioso, per l’immediato futuro. Il tutto è stato sintetizzato in 4 PAROLE CHIAVE, che abbiamo scritto a lettere cubitali sull’immagine di Gesù Risorto.
PRIMA PAROLA, scritta sulla fronte: GHEN (sapienza). Nella lingua bengalese la parola è densa di significaro. Abbraccia il sapere in tutte le sue forme e trova il suo coronamento nella sapienza, caratteristica dell’uomo saggio e timorato di Dio.
SECONDA PAROLA, scritta sul petto: MORJADA (dignità). Quella dignità, che finora ci è stata negata a causa del nostro peccato sociale, dobbiamo guadagnarcela con il nostro comportamento, portandoci dentro la conapevolezza che siamo uomini come gli altri e che quindi possiamo farcela.
TERZA PAROLA, scritta sulle mani: SHEBA KAJ (servizio). Servizio e attenzione agli altri sull’esempio del Maestro, che “non è venuto per essere servito, ma per servire”. Servizio concepito non con la vecchia mentalità che ci aveva portati ad essere schiavi, ma con la mentalità di Gesù: chi serve, regna con Lui.
QUARTA PAROLA, scritta sui piedi: NIJER PAE DARANO (reggersi sui propri piedi). La dipendenza dagli altri è stata una delle principali cause della nostra schiavitù. La via maestra della dignità come uomini uguali agli altri è quella del lavoro, che ci pone nella posizione eretta e ci rende quindi liberi.
L’attiva partecipazione all’incontro e il modo con cui è stato portato avanti il discorso sono stati molto interessanti. Il tutto è stato possibile realizzarlo solo dopo 9 anni di presenza e dopo aver posto le premesse per questo tipo di discorso. Quest’anno poi c’è una occasione speciale che ci obbliga ad una riflessione seria. Infatti il 25 maggio ricorre il 50° anniversario della fondazione della missione ad opera dei Missionari Gesuiti. Tra l’altro ci stiamo preparando a celebrarlo in maniera solenne. Proprio in vista di questa celebrazione abbiamo rimesso a nuovo la chiesa, che era ridotta piuttosto male. Ai primi di aprile, finalmente, iniziamo i lavori di costruzione del convento delle suore.
Vi accennavo l’altra volta anche all’attività scolastica. Quest’anno la nostra Junior High School ha un numero di 350 alunni (Hindu, Musulmani e Cristiani). La scuola si è rivelata veramente un ponte di collegamento con fratelli di altre religioni. E’ stupendo vedere come quelli che una volta disprezavano i nostri e stavano lontano per non essere contaminati ora siedono allo stesso banco di scuola e si accettano reciprocamente. C’è da aggiungere poi che la nostra scuola gode di un certo prestigio nei dintorni.
Vedo che il foglio sta per terminare. Vi auguro di passare il resto del tempo quaresimale, che sta volgendo al termine, in rinnovamento di spirito per partecipare pienamente e gioiosamente alla Pasqua di Gesù. Ricordatevi di me nelle vostre preghiere. Saluti a tutti e Buona Pasqua! Un abbraccio. Vostro Antonio.


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BORODOL, 22.12.1986
Carissimi,
Buon Natale! Il mio augurio da Borodol vi arriverà forse con un mese di ritardo, quando le celebrazioni natalizie saranno finite e tutto avrà ripreso il suo ritmo normale. Quante cose da dire! Da dove incominciare? Ho ricevuto qualche giorno fa, con i fogli separati di ognuno, le vostre lettere. Le lettere di Maurizio e Domenico incominciano a diventare impegnative: fa piacere che la loro maturazione procede secondo una intonazione di fede. Ho ricevuto i vostri due pacchetti di sementi mandati da Lucia: quest’anno l’orto è meraviglioso ( coltivato naturalmente da me con l’aiuto dei ragazzi venuti dagli altri villaggi per frequentare la nostra scuola); splendide patate, pomodori, faggiolini, insalata, cavoli… Mi dispiace di non poter partecipare con voi le delizie.
Dopo il mio rientro dall’Italia (ormai più di un anno!), non ho avuto la possibilità di descrivervi più a lungo le attività che stanno andando avanti. Sapete che erano stati comprati due pezzi di terreno in due villaggi diversi (Goroikhali e Paigacha), che nel frattempo erano stati rialzati. Su questi due pezzi di terreno sono stati ricostruiti (ex novo) i due villaggi: 40 casette per parte con casa del catechista, scuola e chiesa. Per ogni casetta c’è un piccolo appezzamento di terra coltivabile.
Questo è stato un passo essenziale per poter iniziare nei due villaggi un discorso umano decente. Contemporaneamente è sorta anche la chiesetta di Jamalnogor, che vedete nella foto. Accanto a questo discorso di riabilitazione umana, si cerca di approfondire anche il discorso di fede. Qualche mese fa, con alcuni rappresentanti di tutti i villaggi (una cinquantina in tutto), siamo stati per una settimana nel nostro Centro Catechetico di Jessore. Naturalmente questa settimana l’avevamo preparata in antecedenza. Partendo da un’analisi della nostra situazione attuale, da una lettura anche storica del passato (chi eravamo e perché siamo diventati cristiani; la differenza tra il prima e il poi), si è poi passati al punto focale della fede, che è il seguire Cristo con quello che comporta. Inutile dirvi che la cosa è risultata molto interessante. Ne è venuto fuori un libretto, che, oltre a contenere una sintesi di quello che si è detto, termina anche con un programma di cammino salvifico.
Il processo educativo di coscientizzazione è un lavoro lento, che richiede molta pazienza. Ricordo che una volta, parlando sull’argomento con uno dei miei confratelli, dicevo che gli scatti in avanti possono verificarsi una volta ogni 50 anni e i 50 anni di cristianesimo per Borodol si compiranno il prossimo 25 maggio. Speriamo e preghiamo che si verifichi questo scatto! Termino qui. Adesso che la penna scorre veloce, mi ci vorrebbe più che un quaderno per dire tutto: lascio qualcosa anche alla vostra fantasia. Spero e vi auguro che trascorriate nel modo migliore il mistero natalizio. Grazie di tutto: specie per le vostre preghiere. Vi abbraccio tutti. Vostro Antonio.

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BORODOL, 02.07.1986
Carissimi,
E’ tanto tempo ormai che ho ricevuto la vostra lettera e non ho avuto modo di rispondervi per una ragione o per l’altra. Approfitto della venuta in Italia di P. Pierluigi Lupi per mandarvi queste due righe e rassicurarvi nei miei confronti. Forse a quest’ora sarete già tutti a Duronia a godervi la vostra casa costruita con tanti sacrifici a fianco della stupenda pineta: vi faccio i migliori auguri perché possiate trascorrere un’estate serena.
Qui siamo ormai nel pieno della stagione delle piogge ed è anche il tempo della semina del riso, quello che si raccoglierà in dicembre ed è il raccolto principale ed unico nelle zone del sud dove si trova la missione. Nel giro di pochi giorni a Borodol saremo in tre, perché P. John Fagan, lo scozzese che avete conosciuto a Roma, viene a stare con noi. Lui a Borodol lavorerà soprattutto fra i non-cristiani.
Fra due o tre mesi dovrebbero iniziare anche i lavori di costruzione del convento delle suore e così io spero di concludere il mio lavoro a Borodol ed iniziare dal nulla altrove, sempre tra i fuori-casta. Termino qui, pregandovi di estendere i saluti a papà e zia Rosina, nonchè ai fratelli con le rispettive famiglie e un po’ a tutti. Pregate per me. Con tanto affetto. Vostro Antonio.


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BORODOL, 13.04.1986
Carissimi è passata la Pasqua senza che abbia avuto la possibilità di farmi vivo. Ho ricevuto la vostra lettera da tanto tempo ormai e finalmente oggi mi riesce di stendere per voi due righe. Proprio ieri abbiamo iniziato i lavori di costruzione di una chiesetta in muratura a Jamalnogor, un villaggio che si trova a 6 km. di distanza da Borodol. La chiesa sarà dedicata al Sacro Cuore.
Contemporaneamente stanno andando avanti i lavori di sopraelevamento di un terreno comprato l’anno scorso, sul quale, dopo la stagione delle piogge, costruiremo le casette per 40 famiglie, la casa del catechista, la scuola ed anche la chiesa non in muratura per adesso. Questo progetto mi è stato approvato recentemente dalla Caritas Italiana: una sovvenzione di 25 milioni di lire. Il progetto mi stava particolarmente a cuore: un sogno che durava da 7/8 anni. Viene realizzato a Paigacha, un centro importante separato da Borodol da due fiumi. A lavoro terminato, le 40 famiglie di Alomtola, più ovviamente il catechista, che è anche insegnante della scuola, vi si trasferiranno.
Proprio per mancanza di spazio vitale e per i vari generi di soprusi, a cui sono stati sottoposti da secoli, l’acquisto di questo terreno rappresenta la loro terra promessa, in cui potranno finalmente avere quella dignità che da sempre a loro è stata negata. Un progetto analogo sta andando avanti a Goroikhali, di cui tante volte vi ho parlato. Il progetto era cominciato l’anno scorso, prima ch’io venissi in Italia. E’ mio desiderio dare una sistemazione decente a tutti i villaggi durante questo mio terzo termine di presenza a Borodol.
Sapete anche che a cominciare da quest’anno nella nostra scuola di Borodol le classi sono al completo: per la prima volta abbiamo la classe VIII. La nostra scuola, che prima era solo Primary School (scuola elementare), è stata elevata al rango di Junior High School (scuola elementare e media). Abbiamo un totale di 300 alunni tra Cristiani, Hindu e Musulmani ed anche gli insegnanti sono misti. Questo è un vantaggio acquisito innanzitutto per la fusione fra i vari gruppi di religione diversa e poi perché gli alunni rimangono più a lungo sotto il nostro tirocinio scolastico. I ragazzi degli altri villaggi, che hanno terminato le elementari, vengono a frequentare le medie a Borodol. Li colloco uno per famiglia, pagando ovviamente le famiglie che li ospitano. I ragazzi in lodging (che sono ospitati) devono lavorare per un’ora al giorno alla missione, perché non si sentano del tutto mantenuti.
Per questa volta termino qui e spero che vi accontentiate. Ho cominciato a scrivere questa lettera alle due del pomeriggio (oggi è Domenica) e adesso sono le 7 di sera e non sono riuscito ancora a terminarla, perché c’è tutta una processione di gente che viene con tutta la loro serie di problemi. Spero che voi tutti stiate bene e mi ricordiate al Signore di tanto in tento. Vi abbraccio tutti caramente. Antonio.
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BORODOL, 31.01.1986
Carissimi,
Questi mesi sono volati via come un lampo, senza che me ne sia accorto. Mi son subito trovato immerso in questa realtà che non mi dà tregua né respiro. Vi avevo già accennato all’entusiasmo con cui la mia gente mi aveva accolto: banda (la banda di Borodol! Anche quest’anno avevo portato una tromba per essa), collane di fiori, danze, discorsi… L’assillo del pane quotidiano (il piatto di riso) durante questi mesi non è diminuito: tutti vengono da me come se io fossi il toccasana dei loro mali e avessi in mano la soluzione di tutti i loro problemi, in particolar modo quello economico.
Alle volte si ha l’impressione di soccombere. Si vive nella speranza che qualcosa di nuovo possa sorgere e qualche cambiamento possa verificarsi. Ma questa speranza appare sempre più lontana e però rimane sempre come segno e testimonianza di quella Speranza che non può deludere.
Come già vi dicevo in Italia, con me adesso c’è un sacerdote bengalese: viviamo insieme e lavoriamo e preghiamo insieme. Si tratta di P. Joachim Mondol, che è anche il primo sacerdote di estrazione Muci in Bangladesh. Il nostro compito assomiglia un po’ a quello di Giovanni Battista: preparare la strada e poi scomparire per andare a ricominciare altrove.
Anche se spesso si sente il peso della propria impotenza difronte alla enormità dei problemi, tuttavia è sempre entusiasmante consumare così la vita, perché nell’animo rimane una gioia profonda. Finisco qui. Spero di sentirvi presto. Vi abbraccio tutti. Vostro Antonio.

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INTRODUZIONE AL 3° QUADRIENNIO DI MISSIONE A BORODOL
(OTTOBRE 1985-OTTOBRE 1989)
In quest’ultimo periodo le lettere si faranno sempre più rare non solo per la mole di lavoro che siaccumula di anno in anno, ma anche per il timore di ripetere cose già dette. Parlerò di persone che si succedono al mio fianco, di eventi di portata storica per la missione di Borodol e di lavori di grande impegno nei vari villaggi.
- IL RIENTRO IN BANGLADESH: OTTOBRE 1985. Nella prima lettera telegrafica scritta ai miei dopo l’approdo così mi esprimevo: “Il viaggio è andato molto bene senza alcun inconveniente. Abbiamo fatto scalo ad Atene e Bombay invece che a Dubai. Vi ringrazio per l’attenzione che avete sempre avuto per me. Il Signore vi benedica. Sono anche contento del modo con cui sono stato accolto un po’ dappertutto in Italia”. Arrivato a Khulna, la prima visita d’obbligo è stata per il mio vescovo Michael per dirgli che ero pienamente riconciliato con lui. Il vescovo mi accoglie molto fraternamente e mi chiede di riprendere in mano Borodol. Prima del Natale 1985, sempre in maniera molto succinta, scrivevo in questi termini ai miei: “Con queste poche righe vi mando gli auguri per il Natale e l’anno nuovo. Ho ripreso a pieno ritmo la mia attività. Questo 3° turno lo passerò in compagnia di P. Joachim, di cui vi ho già parlato: anche questa sarà un’esperienza nuova per me. Pregate che il Signore mi sia vicino nei prossimi 4 anni”.
- PERSONE E PERSONAGGI. Al mio rientro P. Osvaldo lascia Borodol per altra destinazione. In mia assenza lui aveva guidato la missione in compagnia di P. Joachim, che gli aveva procurato non poca sofferenza, stando a quanto P. Osvaldo stesso mi confidava. Nel famoso incontro dell’aprile del 1985 il P. Joachim era allineato col vescovo (non aveva certo il coraggio di fare diversamente!). Nel mese di luglio 1986 P. John Fagan, Scozzese, già con una lunga esperienza di missione in Bangladesh, tornava da Roma, dove si era fermato per alcuni anni per studi sull’Induismo in una delle università pontificie e, in attesa di una nuova destinazione, si fermava con noi per alcuni mesi. La sua presenza ci è stata di grande aiuto per l’evento principe del 1987: 50° di fondazione della missione. Quasi nello stesso periodo capita da noi P. Cosimo Zene, che, dopo qualche anno di presenza in Bangladesh, era andato a Londra, secondo una linea programmatica della regione del Bangladesh, a studiare Induismo al SOAS (School of Oriental and African Stusies). Aveva scelto come argomento della sua tesi di dottorato “The Rishis in Bangladesh”. Si recava di missione in missione a raccogliere dati che gli servivano per il suo lavoro. Si fermerà solo una settimana a Borodol e avrà da noi la piena collaborazione pensando che il frutto del suo lavoro sarebbe servito alla causa dei Rishi/Muci. Tornato a Londra, dopo qualche anno Cosimo Zene non è più Saveriano e farà carriera all’interno del SAOS diventando un acclamato professor. Nel gennaio del 1988 P. Joachim Mondol lascia Borodol ed è chiamato dal vescovo a fare il rettore del seminario diocesano. Anche lui, solo qualche anno dopo, lascia il sacerdozio e s’invola a nozze con una suora. Nel periodo trascorso con me, mi aveva creato non poche difficoltà. Mi aspettavo qualcosa di diverso da lui, che proveniva dallo stesso tipo di gente. Invece mi ha fatto soffrire un po’ nel suo tentativo di mettermi contro la gente. Successivamente si è ricreduto e conserva venerazione nei miei confronti. L’ultimo compagno di viaggio a Borodol, prima che lasciassi la missione nelle mani di P. Arduino Rossi, è stato P. Gianvito Nitti, arrivato a Borodol per la Pasqua del 1988. Per il suo amore per la Bibbia, scherzosamente, gli avevo dato il titolo di rabbino. Di lui conservo un ricordo, diventato poi aneddoto tra i confratelli. P. Gianvito, stando con me, aveva fatta propria la linea pastorale, con cui si portava avanti la missione, soprattutto per quel che riguardava la piaga sociale della nostra gente. Prima che partissi per l’Italia, voleva che ci recassimo dal vescovo per dirgli che la stessa linea doveva continuare sotto la direzione del nuovo parroco. Io gli dissi: “Gianvito, io vengo, ma non parlo; aprirai tu il discorso col vescovo”. Ci recammo dal vescovo. P: Gianvito apre il discorso e appena accenna al tema scottante, il vescovo, rivolto a me, dice: “You see! Tell him that you failed!” (Vedi! Digli pure che tu hai fallito a riguardo!). Questo era il ringraziamento da parte del vescovo per i miei 12 anni di missione a Borodol Per niente perturbato rispondo: “vescovo, questo mi conforta, perché sono in buona compagnia; anche Gesù fallì sulla Croce!”
- EVENTI. Il 1986 è caratterizzato dal grande evento della venuta in Bangladesh di papa Giovanni Paolo II nel mese di novembre. Tutte le diocesi sono impegnate nell’organizzare il pellegrinaggio a Dhaka per l’incontro con il futuro S. Giovanni Paolo II. Noi pellegrini della missione di Borodol eravamo in 200, la maggior parte dei quali non era mai uscita dai ristretti confini del proprio villaggio. Ma l’evento principe che ci terrà particolarmente impegnati sia nella preparazione sia nella celebrazione sarà la ricorrenza del 50° di fondazione della missione: 25 maggio 1937-25 maggio 1987. In vista della celebrazione, per ben 2 volte, settembre 1986 e marzo 1987, con 50 rappresentanti (uomini e donne) dei vari villaggi, una settimana la prima volta ed un’altra settimana la seconda volta, siamo andati al Centro Catechetico di Jessore, allora sotto la direzione di P. Marcello Storgato, per un duplice fine: fare un’analisi del nostro passato con tutte le scorie che ci portavamo dietro per proiettarci nella seconda settimana verso il futuro con un chiaro programma di vita. Questo processo si concluderà con un’altra settimana nel giugno 1988 in vista della costituzione del Consiglio Pastorale. Il 1988 si concluderà con il disastroso evento del ciclone scoppiato alla fine di novembre, proprio il giorno della prima Domenica di Avvento. Menzionerò la portata del disastro in una lettera incominciata a scrivere prima del ciclone e terminata alcuni giorni dopo. Il 1989 è caratterizzato due eventi. In giugno arrivano le Suore di Madre Teresa (Missionaries of Charity), per le quali abbiamo costruito il convento, che sarà benedetto dal vescovo Michael. Per l’occasione grande partecipazione di popolo, padri e suore. Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il vescovo legge la lettera indirizzata a me, in cui si proclama che Borodol da quasi-parrocchia viene elevata al rango di parrocchia. Due altri avvenimenti concludono il 1989: il 25° di sacerdozio mio e di P. Silvano Garello e l’atto finale della consegna dell’eredità di Borodol nelle mani di P. Arduino Rossi. Il 25° (25 ottobre 1989) viene organizzato tutto a mia insaputa da P. Gianvito Nitti, che aveva invitato P. Ernesto Luviè per una settimana di preparazione. Insieme al vescovo, che presiedeva la celebrazione, c’era il nostro superiore regionale P. Eduardo Garcia con tanti altri padri e suore.
- LE OPERE E I GIORNI. Gli ultimi 4 anni sono stati anni un po’ frenetici caratterizzati da un susseguirsi di opere da completare o da iniziare e ringrazio il Signore per il modo con cui mi è stato vicino e mi ha dato la sua forza. Già nel corso del 1985 eravamo riusciti ad arginare un altro pezzo di terreno strappato al Kopotokko. La richiesta fatta al governo a nome di 5 famiglie bhumihin (senza terra) era stata accolta e veniva concesso il diritto di proprietà ai richiedenti. Si trattava di altri 5 acri che si aggiungevano ai precedenti. I proprietari sapevano che la richiesta fatta a loro nome era a vantaggio di tutta la comunità. Negli anni 1986/1987 c’è la sistemazione dei due villaggi: Goroikhali ed Alomtola. Per Goroikhali erano già stati comprati 3 acri di terreno basso (bil), poi sopraelevati. Vi erano state costruite 40 casette per altrettante famiglie, la casa del catechista, la scuola e la chiesetta, non ancora in muratura. Nel 1986 la gente dal bazar, dove si trovavano affastellate le loro capanne, passano ad abitare nella nuova para. Per Alomtola il discorso è diverso. Per loro è stata comprata la stessa quantità di terreno (3 acri) basso da sopraelevare alla periferia di Paigacha, che è una upo-zilla (un sub-district, dicono gli inglesi). Nel corso del 1986 il terreno viene innalzato e vengono costruite anche qui 40 casette, casa del catechista, scuola e chiesetta non ancora il muratura. Nel 1987 la gente di Alomtola si trasferisce in quella che era la loro terra promessa, dove, una volta entrati, dovevano cessare le vecchie abitudini: avvelenare, scuoiare e mangiare carne morta. Il 3 novembre 1986 il vescovo Michael benedice la chiesa in muratura di Jamalnogor, un villaggio che si trova a 6 km. da Borodol sulla strada che porta a Satkhira. Era la patria di Shudhanno, il brigante (dakat) più famoso del territorio. Agli inizi del 1987, in vista dei festeggiamenti del 50° della missione, incominciano i lavori di ristrutturazione e di rimessa a nuovo della chiesa di Borodol, che era stata costruita da P. Serafino. Il 17 aprile abbiamo l’inaugurazione del santuario dedicato alla Madonna di Fatima a Burya, un villaggio ad un paio di km a nord di Borodol. Il vescovo Michael benedice il santuario nel contorno di una straripante partecipazione di popolo, padri e suore, venuti da altre missioni.
A conclusione di questa ampia carrellata, che vuol servire da introduzione al 3° quadrienno, chiedo innanzitutto scusa a voi lettori se vi ho annoiato. Aggiungo poi che il 1989 non sarà corredato da nessuna lettera. Ne avrò scritte, immagino, ma non ne conservo copia. Cari amici, con queste pagine ho cercato di trasmettervi un’epoca della mia vita missionaria vissuta appassionatamente. Al presente vivo tra i miei Das, dove spero di trascorrere il resto dei miei anni con la stessa gioia e passione nel cuore.
Chuknagar, 28.05.2020
p. Antonio Germano Das sx


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UN EPILOGO INGLORIOSO E INASPETTATO
“Voglio renderti grazie in eterno per quanto hai operato”(Sl.51)
Quello che sto per raccontare non ha riscontro in una documentazione scritta, ma tocca un momento di rilevanza storica per la missione di Borodol. I dati sono un po’ sfumati nella memoria, perché son passati ormai 35 anni da quella data e riflettono ovviamente la mia visione personale delle cose. Mentre sto rivisitando con la pubblicazione delle mie lettere luoghi e persone, fatti e misfatti, vittorie e sconfitte, vorrei che quello che mi accingo a scrivere rimanesse negli annali della storia della missione di Borodol. Riguarda in sostanza un momento di tensione molto forte e, diciamo pure, di rottura con il mio vescovo.
Mons. Michael D’Rozario CSC è stato un grande vescovo; amava il suo popolo: conosceva per nome e cognome, uno per uno, i suoi cristiani. Nelle sue visite pastorali visitava le famiglie nelle loro capanne. Apparteneva alla Congregazione della Santa Croce (CSC) ed era il primo vescovo bengalese della Diocesi di Khulna. Succedeva nella guida della diocesi al saveriano Mons. Dante Battaglierin, che ne era stato il fondatore. Diventava vescovo nel 1970, quando il Bangladesh era ancora Pakistan Orientale. Proprio nel novembre di quell’anno scoppiò nella baia del Bengala uno dei più violenti cicloni della sua storia con 500 mila vittime. Subito dopo, nel marzo del 1971, scoppiava la guerra di liberazione dal Pakistan con un numero gigantesco di morti, che nessuno mai è riuscito a contare neppure per approssimazione: eccidi efferati da parte delle truppe occupanti e poi la massa dei profughi, milioni e milioni, ai confini con l’India.
In questo clima apocalttico il vescovo Michael iniziava il suo mandato episcopale con l’appoggio forte e solidale dei Missionari Saveriani dell’epoca. Per ben 35 anni (1970-2005) ha guidato la Diocesi di Khulna, dando primaria importanza alla formazione del clero locale. Quando lui ha preso in mano la diocesi, non c’era nessun prete diocesano. Nel 2005, al momento del suo ritiro, il clero diocesano superava le 20 unità. Ovviamente egli raccoglieva quello che altri avevano seminato. Non vado oltre, perché esula dal mio proposito scrivere la storia del vescovo Michael, per il quale non basterebbe un volume a parte. Quello che ho riferito serve per connetterlo ad un punto cruciale della storia della missione di Borodol. Come più volte ho avuto modo di sottolineare, uno dei punti chiavi della mia presenza a Borodol, fatto proprio con maggior forza da P. Piero Colombara, era la lotta senza quartiere volta ad eliminare la piaga sociale della nostra gente, che rendeva perenne la loro schiavitù.
La nostra azione aveva provocato divisione in mezzo alla comunità. Alcune famiglie non avevano accettato le condizioni da noi poste per rimanere nella comunità cristiana ed erano ritornate Muci. La divisione aveva dato adito ai Sana (la mafia di Borodol) di interferire di nuovo e di comandare in mezzo ai nostri, spengendoli ad impastire dei casi contro la missione. All’inizio del 1985 tutti i casi contro la missione erano risultati falsi e gli imputati risultavano innocenti. La missione dal travaglio veniva fuori vittoriosa. Ora il cammino era stato segnato e la linea pastorale, impostata al centro della missione, doveva essere attuata anche negli altri villaggi. Il 16 aprile 1985 fissato per la inaugurazione della nuova sede della missione sarebbe stata un’occasione d’oro per proclamarlo a tutti. Ci sarebbe stato il vescovo e sarebbero stati presenti i rappresentanti di tutti i villaggi. Ma, come avremo modo di vedere, il vescovo sull’argomento aveva una visione diversa dalla nostra. Lui era preoccupato delle pecorelle che avevano lasciato il gregge e voleva ricondurle all’ovile.
Viene quindi il 16 aprile, giorno della inaugurazione della nuova sede della missione: Messa solenne al mattino con la partecipazione dei 4 novelli sacerdoti diocesani. Dopo la messa e la benedizione della casa, come di consueto, la popolazione saluta il vescovo con intrattenimento (bicittra onusthan) a base di canti, danze, parole di circostanza e collane di fiori. Segue il pranzo per tutti.
Alle due in punto, secondo quanto programmato, inizia l’incontro con il vescovo. Seduti sulle stuoie (madur) nella lunga e spaziosa veranda della nuova casa ci siamo tutti: col vescovo noi padri Joachim, Osvaldo, il sottoscritto, i catechisti e i rappresentanti di tutti i villaggi. All’ordine del giorno la piaga sociale dei Muci: avvelenare, scuoiare e mangiare carne morta. Dopo i preliminari con la rituale preghiera, il catechista Mothi Shing introduce il discorso facendo riferimendo agli eventi che hanno turbato recentemente la vita della missione e ponendo l’accento sul fatto che tutto è accaduto per il tentativo di liberazione dalla piaga sociale, che portavamo avanti con determinazione.
A questo punto interviene il vescovo, impostando il discorso in maniera del tutto diversa da quello che da anni stavamo portando avanti. Prende la parola ed esordisce così: “L’avvelenamento è un atto di ingiustizia ed è assolutamente proibito, ma lo scuoiare è un mestiere come gli altri ed il mangiare carne morta poi non è peccato: quello che mangiamo non rende impuri, lo dice anche Gesù dove va a finire”. Il vescovo, pur essendo bengalese, non aveva capito o non voleva capire che le tre azioni sono strettamente collegate fra di loro e che, volendo estirparne una (avvelenamento), bisogna eliminarle tutte e tre. Il catechista Mothi, che era seduto al mio fianco, mi sussurra all’orecchio: “Ei bar bishop Sanader songhe mishe gheche: questa volta anche il vescovo si schiera dalla parte dei Sana” e cioè, aggiungo io, vuole che rimaniamo quello che siamo semptre stati: Muci!
Nella continuazione del discorso appare chiaro l’intento che il vescovo si proponeva di raggiungere nell’incontro: il ritorno all’ovile delle pecorelle che si erano allontanate per non sottostare al programma di vita proposto a tutta la comunità. Improvvisamente il vescovo chiede ai presenti: “Cosa ne dite se invitiamo a questo incontro i rappresentanti di quelle famiglie che si sono allontanate dalla missione?” La gente non avrà mai il coraggio di dire di no al vescovo e, in coro, risponde: “Hè! (Sì!)”. E prosegue: “Allora li chiamiamo?” In coro un altro: “Hè!” A questo punto, rivolto ad Obhilash, il papà del Mothi, gli ordina di andarli a chiamare. Il tutto senza chiedere il mio parere. Quando vedo che l’Obhilash si alza, mi alzo anch’io, faccio il mio gesto di saluto al vescovo e al popolo, dico: “No moskar!” (saluto tipico fra gli Hindu) ed esco dall’assemblea. Non avevo altra scelta e penso sia stata davvero una ispirazione.
Vedo che dopo di me, l’uno dopo l’altro si alzano tutti, lasciando il vescovo da solo. Dopo un attimo di smarrimento, in cui cammino freneticamente avanti e indietro sulla strada antistante la casa, vedo che gli occhi di tutti sono rivolti verso di me. Mi dirigo sul posto dove c’era la moto con l’intento di scappare via da Borodol. Mi vengono incontro i matubbor (capi villaggio) e mi strappano la moto dalle mani. Biswanath, il papà del futuro padre Mario, mi dice: “Padre, se vai via tu, noi ritorniamo tutti come prima, Muci!” A questo punto vi vengono le lacrime agli occhi e dico: “Non ho pianto neppure quando è morta mia madre!”
Mi rifugio in chiesa, dove mi raggiunge P. Osvaldo, che non era presente quando son venuto via dall’incontro. Gli racconto quanto era successo e tutti e due, come bambini, scoppiamo a piangere. Si conclude la giornata con la cena e nessuno ha il coraggio di parlare. Il mattino seguente, a colazione, il vescovo riprende il discorso e dice che gli avevo mancato di rispetto di fronte alla gente. Ero seduto alla sua destra; mi alzo, metto il piede sulla sedia e, rivolto al vescovo, dico: “Ma come! Lei mi mette il piede sulla testa e non mi lascia neppure dire che mi fa male? Si ricordi poi che la dignità che lei reclama come vescovo, la reclamo anch’io, non dico come prete, ma come semplice uomo. Da mio padre poi ho imparato a parlare francamente dinanzi a tutti!”.
Parte il vescovo con P. Joachim e partiamo anche noi, P. Osvaldo ed il sottoscritto alla volta di Khulna per riferire al nostro supeiore P. Giacomo Rigali quanto era accaduto. Io mi fermo a Khulna e mi preparo al rientro in Italia per il mio turno di riposo. Nel frattempo il superiore si reca a conferire col vescovo, al quale dice che i Saveriani non sarebbero più tornati a Borodol ovvero sarebbero tornati ad una sola condizione: il vescovo doveva ritrattare, mettendolo per iscritto, quello che pubblicamente aveva dichiarato durante l’incontro del 16 aprile a Borodol. Io intanto parto per l’Italia, dove poi mi giunge la notizia che esattamente un mese dopo gli avvenimenti, il vescovo con il vicario generale P. Bruno Drì e P. Giacomo Rigali con P. Osvaldo si recano a Borodol. La Domenica, durante la celebrazione, il vescovo legge la lettera ai fedeli, nella quale ritratta quello che aveva detto nell’incontro.
Questo documento, che purtroppo io non ho fra le mani, ha un valore di portata storica, perché contiene l’unico pronunciamento (fatto un po’ sotto pressione) da parte dell’autorità ecclesiale su un argomento così scottante. Ma la lettera, a livello operativo, non ha l’efficacia che poteva avere la parola del vescovo, se, a suo tempo, avesse appoggiato l’operato dei padri. La gente ormai sapeva che sull’argomento, anche se ritrattava, il vescovo la pensava diversamente dai padri. Questo è l’epilogo inglorioso e inaspettato di una lotta portata avanti con fede e coraggio e nel segno della Croce.
Chuknagar, 22.05.2020
p. Antonio Germano Das sx.

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BORODOL, 31.03.1985
Carissimi,
Oggi è Domenica delle Palme e, trovandomi per un momento da solo, provo a scrivervi queste due righe, che, purtroppo, vi arriveranno quando la Pasqua sarà passata. Come ho già scritto a papà e Giovanni, per i primi di maggio, ma non ancora ho fissato la data, sarò di ritorno in Italia per il mio turno di riposo.
Il giorno 16 aprile sarà una grande data per la missione di Borodol: avremo l’inaugurazione della nuova sede della missione con l’intervento del vescovo. Per l’occasione saranno a Borodol i 4 nuovi sacerdoti della Diocesi di Khulna, ordinati all’inizio di quest’anno. Essi verranno a celebrare la loro prima messa a Borodol. Uno di loro, Don Joachim (in Bangladesh i sacerdoti religiosi o diocesani sono tutti designati col titolo di Father) si fermerà poi qui a lavorare. Così il mio prossimo turno a Borodol lo passerò lavorando in compagnia di Don Joachim, che, tra l’altro, è il primo sacerdote tra quelli che da Muci sono diventati Cristiani. Egli proviene dalla missione di Shimulia. Questo è il nostro compito come missionari: preparare il posto e poi andare altrove.
Potete quindi immaginare quale grande festa sarà per noi il 16 aprile! Sarà allietata anche dalla presenza dei rappresentanti di tutti gli altri villaggi. Con questo turno io pensavo di aver finito a Borodol, se P. Osvaldo avesse preso il mio posto. Ma p. Osvaldo non intende rimanere a Borodol e così la mia presenza è ancora richiesta per portare avanti tanti lavori e iniziative intraprese. Terminò così queste poche righe incomplete di notizie sperando di abbracciarvi al più presto. Vi comunicherò non appena possibile la data di partenza e di arrivo. Vi saluto e vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.
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BORODOL, 14.12.1984
Carissimi,
Spero che questa mia lettera vi giunga prima delle feste natalizie a portarvi i miei auguri. Ho ricevuto in fogli separati le vostre lettere e, come al solito, io vi rispondo con questa lettera cumulativa. Le mie lettere, purtroppo, si son fatte rare, perché la molteplice attività non mi lascia respiro. Quest’anno, poi, come in altre lettere vi accennavo, è stato particolarmente difficile per le tante difficoltà, suscitate dal diavolo e dai suoi adepti. Ma, adesso, grazie al Cielo, la situazione si è normalizzata, anzi i nostri da questa lotta ne son venuti fuori irrobustiti e con una coscienza di maggiore maturità.
I lavori della casa della missione che volevamo riparare e che invece abbiamo dovuto ricostruire dalle fondamenta, sono a buon punto. Pensavamo di poterci entrare per Natale, invece tutto è rimandato ai primi mesi dell’anno prossimo. Speravo tanto che avreste fatto un salto da queste parti; sarà per il prossimo turno, visto che per la fine di aprile io tornerò in Italia. I lavori della nostra casa hanno purtroppo ritardato la costruzione del convento delle suore, che io pensavo di portare a Borodol dentro quest’anno.
Con gennaio avranno inizio i lavori di due progetti per Goroikhali: innalzamento del terreno e costruzione di 40 casette. Così, dopo Borodol, un po’ alla volta, si pensa anche alla sistemazione degli altri villaggi. Contemporaneamente va avanti il processo di formazione delle coscienze, che è il lavoro meno appariscente, ma più impegnativo. Termino questa volta qui, sperando di ricevere presto notizie da voi. Son contento che Lucia sia perseverante nel suo impegno catechetico: è un impegno che scaturisce dalla coscienza di essere tutti al servizio del Regno. Spero che vi giungano in tempo questi miei auguri che sapete tanto sinceri. Ricordatemi spesso al Signore. Vi abbraccio tutti. Antonio.
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BORODOL, 06.09.1984
Carissimi,
Sto andando a Khulna in battello per partecipare all’incontro mensile con i padri. Il viaggio è lungo, come ormai sapete e così ne approfitto per mandarvi queste due righe, anche perché è da tempo che non mi faccio più vivo. In questo periodo dell’anno bisogna accantonare la moto, perché le strade, che corrono sull’argine dei fiumi, sono trasformate in fiumi di fango e melma. Siamo ancora in piena stagione delle piogge, che quest’anno è stata eccezionale ed ha causato danni incalcolabili per le alluvioni verificatesi in varie parti del Bangladesh. Noi abbiamo avuto un villaggio particolarmente colpito: Goroikhali. Lo Shipsa nodi (in bengalese fiume si dice nodi), il grande fiume ha rotto gli argini ed è entrato dentro provocando danni che è difficile raccontare. In questa zona, per la vicinanza dell’oceano, i fiumi sono soggetti al fenomeno dell’alta e bassa marea. Ogni sei ore l’acqua del fiume si alza ed entra nel villaggio essendosi rotto l’argine. Sei ore dopo defluisce verso l’oceano. A suo tempo mi sono recato sul posto a verificare la portata del disastro: si vede e si assiste impotenti dinanzi al fenomeno dell’acqua che entra dappertutto depositando fango e melma e trasformando in poltiglia i basamenti delle capanne. Se si alzasse il vento, le capanne non resisterebbero all’urto e crollerebbero tutte.
Io sono andato a letto nella veranda della capanna di Biswanath Mistri al momento della bassa marea. Nel cuore della notte mi son trovato nel letto a galleggiare sull’acqua. I sandali che avevo depositato sotto il letto sono stati risucchiati e portati vi dalla corrente. Dopo qualche mese che durava questa situazione siamo riusciti finalmente a tamponare la falla che si era aperta sull’argine. A Borodol la situazione è abbastanza tranquilla. La tensione che si era creata tra i nostri e gli altri gruppi si è calmata e soprattutto quel clima di ostilità sviluppatasi contro la missione ora è quasi svanito del tutto.
I lavori della nuova casa procedono alacremente e per Natale speriamo di andarci ad abitare. Vi lascio qui per adesso, sperando di ricevere presto notizie da voi. Saluti cari a tutti. Pregate per me e la mia gente. Vi abbraccio caramente. Vostro Antonio.
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BORODOL, 18.06.1984
Carissimi,
Scusatemi se vengo a voi sempre col solito ritardo. Spero che questa lettera vi giunga in tempo prima che lasciate Roma per Duronia. In Bangladesh quest’anno la stagione delle piogge è incominciata in anticipo: dalla fine di maggio ormai continua a piovere tutti i giorni con temporali e piogge torrenziali, provocando qua e là disastri e allagamenti.
Nell’ultima lettera vi raccontavo un po’ degli ultimi fatti di Borodol. Spero che non vi siate allarmati, perché lentamente tutto sta tornando alla normalità. Come vi dicevo, ci sono alcune potenti famiglie musulmane a Borodol, le quali erano abituate a comandare in casa nostra, a fare l’alto e il basso, il bello ed il cattivo tempo ed anche i nostri, che stavano al loro gioco, erano abituati a ricorrere a loro per una qualsiasi evenienza. Ma da quando è incominciato il processo di emancipazione della nostra gente, il potere dei SANA (è il cognome di questo potentato) si è visto un po’ minato. Perciò, dopo i primi anni di tolleranza, in cui sono rimasti a guardare, sono poi passati alla lotta subtola e nascosta cercando di ostacolare in tutti i modi la mia opera e cercando di creare divisione tra la mia gente, che è il loro modo migliore per combattermi. Finora ne hanno combinato di tutti colori. Il loro primo tentativo era stato quello di far cancellare presso il governo il diritto acquisito dai nostri in qualità di bhumihin (senza terra) sulla lunga fascia di terra lungo il Kopotokko, ma non ci sono riusciti. Di quel terreno a tante famiglie è stato assegnato un lotto, su cui hanno potuto costruire la loro casetta e piantare anche qualche albero. Il Signore è rimasto con noi nei momenti più duri.
Gli altri, Hindu e Musulmani, che sono la maggioranza, capiscono e sono dalla nostra parte, ma non hanno il coraggio di esporsi apertamente per paura di ritorsioni. Adesso le cose stanno tornando abbastanza normali, anche perché ho informato un po’ ai vari livelli le varie autorità. Con la costruzione della casa, siamo arrivati alla copertura del pian terreno: per Natale speriamo di completare il bel tutto. Siamo all’inizio della vostra estate e vi auguro buone vacanze: prendetevi il giusto riposo e vivete in armonia. Il Signore vi benedica. Vostro Antonio.
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BORODOL, 06.02.1984
Carissimi,
Dopo tanto tempo mi faccio vivo di nuovo e l’occasione, come al solito, è singolare. Sto andando in battello da Borodol a Khulna per partecipare al corso annuale di esercizi spirituali. Ho appena terminata la lettera per papà ed ora eccomi pronto per voi. Di tempo ne ho tanto, perché, come ormai ben sapete, ci vorranno 8/9 ore per raggiungere Khulna. Sul battello c’è anche la moto, che l’ultima volta, tornando da Khulna, mi si è rotta per strada. A Borodol, ovviamente, non ci sono meccanici, perché non ci sono moto: l’unica moto è quella della missione. La porto quindi a Khulna alla nostra Boyra Technical School e l’affido ai nostri bravi fratelli coadiutori Saveriani Sandro Tasca e Giovanni Gamba, che, tra l’altro, sono anche i fondatori della scuola.
Mentre vi scrivo, tanti occhi curiosi sono puntati sopra di me, ma ormai questa strana curiosità non mi disturba più di tanto e perciò vado avanti imperterrito. L’ultima volta vi accennavo al fatto che abbiamo deciso di riparare la casa della missione e in effetti avevamo iniziato i lavori. Senonché, procedendo con i lavori, ci siamo accorti che le mura si sgretolavano, perché i mattoni non erano tenuti assieme dal cemento, ma da una miscela di shurki (polvere di mattoni) e calce. Così abbiamo dovuto buttare a terra tutto. I costruttori saranno ancora i muratori della scuola e del Social Community Centre. Prenderemo come modello la casa dei padri di Shimulia, in una dimensione ridotta rispetto a quella fatta costruire da P. Valeriano Cobbe. Nel frattempo P. Osvaldo si è già sistemato in una stanza del centro del cucito ed io ho trovato rifugio nella scuoletta, fatta costruire ancora ai tempi del Pakistan da P. Lucidio Ceci: camera da letto, camera da pranzo e ufficio ( una sola aula) e fuori una toilet provvisoria. Per il bagno, c’è il pukur a portata di mano. Di ritorno da Khulna inizieremo i lavori di fondazione.
Così, come vedete, da due anni ormai, mi trovo immerso in questi problemi di costruzione e penso che siamo solo agli inizi, perché poi bisognerà pensare alla sistemazione delle suore di Madre Teresa, per le quali è già pronto il terreno. Siamo in attesa che diano una risposta: se vengono e quando vengono. Il Vescovo sta trattando con Madre Teresa di Calcutta. E poi ci sono gli altri villaggi, che aspettano: scuola e chiesa. Non ve l’ho ancora detto, ma a Goroikhali siamo riusciti finalmente a comprare un bel pezzo di terra, dove sistemeremo le case della gente. E’ un apprezzamento di 10 bigha e cioè l’equivalente di un ettaro e mezzo. Si tratta di terreno basso (bil) e l’anno scorso vi abbiamo avuto la prima bella raccolta di riso. Ora bisogna rialzare il terreno di almeno mezzo metro, scavando due grandi pukur, uno per la gente ed uno per la missione. E’ il lavoro che ci attende quest’anno: rialzamento del terreno e costruzione di 40 casette per la gente. Lo stesso programma va realizzato per Alomtola, ma una cosa alla volta!
Quest’anno nella nostra scuola, a parte la novità dell’edificio, abbiamo due altre novità: una classe in più (la sesta. Nei prossimi anni arriveremo fino all’VIII) e alunni in più, in quanto abbiamo deciso di prendere per la prima volta anche Hindu e Musulmani nella nostra scuola. Questo implica lavoro e preoccupazioni in più, ma è anche una buona occasione per stabilire rapporti nuovi e diversi con i nostri amici Hindu e Musulmani. Siamo ancora lontani da Khulna, ma finisco qui e così finisce anche la curiosità di chi mi sta intorno. Spero di ricevere presto da voi. P. Osvaldo ricambia i vostri saluti. Vi abbraccio tutti caramente. Antonio.
P.S. – Arrivato a Khulna, ho trovato la sorpresa delle 100 mila lire. Vi ringrazio di cuore.
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BORODOL, 06.10.1983
Carissimi,
E’ da tanto tempo che non mi faccio più sentire: dovete perdonarmi. Ho ricevuto la vostra ultima lettera: mi aspettavo che mi diceste qualcosa in più sulle vacanze a Duronia. In precedenza avevo ricevuto il pacchetto che mi avevate mandato tramite quella coppia di milanesi ed anche le 150 mila lire. Di tutto vi ringrazio. Purtroppo io non ho avuto modo di incontrare i due, perché Borodol è in capo al mondo, è un’isola fluviale e i pellegrini, che vengono in Bangladesh, al massimo, arrivano fino a Satkhira, ma mai fino a Borodol, salvo qualche rara eccezione.
Accludo qui anche per voi una copia della relazione su Borodol letta nella nostra assemblea dello scorso settembre. Il quadro che emerge da questa relazione non è certo completo, ma, come avrete modo di vedere, è una visione realistica, senza romanticherie o fantasie sulla vita del missionario: problemi concreti, tentativi di soluzione, fallimenti, ripresa senza mai perdere la speranza. Questi i quasi sei anni trascorsi a Borodol. A questa relazione aggiungete tutte le lettere ricevute da me din dall’inizio ed il quadro risulterà completo.
Certo rimane sempre qualche aspetto appena sfiorato e non trattato diffusamente. Sapete ormai già tutto sulle iniziative di lavoro. Parallelamente stiamo portando avanti anche una forte campagna di coscientizzazione. Nel gruppo dei nostri ci sono ancora alcuni ( una diecina di famiglie in tutto) che continuano il mestiere dei Muci: avvelenare, scuoiare e mangiare carne di carogne. Qualche mese fa dal terrazzo della nostra casa ho intravisto uno dei nostri che avanzava sull’argine del fiume portando sulla testa un sacco ben pesante. Non mi ci è voluto molto a indovinare cosa c’era dentro il sacco. Era la carne di una mucca appena scuoiata in riva al fiume che veniva portata in para per essere venduta ad una o due taka al chilo. Appeno l’ho intravisto, sono corso in camera a prendere la macchina fotografica, tra l’altro senza rollino, e mi son precipitato verso l’argine del fiume. Il portatore, ricordo bene anche il nome, Radha Mondol, appena mi ha visto, ha buttato il sacco nel Kopotokko ed è fuggito, coprendosi il volto per la vergogna.
Ho organizzato anche un gruppo di giovani con l’intento di sapere cosa succede in para e soprattutto per scovare la carne incriminata. Un giorno il gruppo dei giovani ha prelevato ben 17 hari ( pentole dove viene cucinata la carne) con il contenuto e li ha portati alla missione. Io ho colto l’occasione per andare al vicino posto di polizia che si trova ad Assassuni per avvisare l’health officer ( ufficiale sanitario), il quale è venuto con me. Ho fatto venire alla missione i responsabili della cucina incriminata (tutte mamme di famiglia, che devono cucinare quello che i loro mariti portano). L’ufficiale sanitario ha fatto loro una ramanzina e le ha minacciate dicendo che qualora avessero ripetuto il misfatto, avrebbe preso dei provvedimenti. Solo un tentativo? Si va avanti per tentativi.
A riguardo alle volte mi è toccato svolgere un ruolo direi quasi poliziesco. C’è un villaggio vicino a Borodol chiamato Godaipur, sede di provetti avvelenatori. Un giorno sono capitati a Borodol 3 di loro. Quando mi è giunta all’orecchio la notizia, ho detto ai matubbor (capi villaggio) di invitarli a prendere un té in un’aula scolastica e poi chiuderli opportunamente dentro. Nel frattempo io sarei andato in thana (posto di polizia) per dare loro una lezione. Al mio rientro, son venuto a sapere che qualcuno aveva provveduto ad aprire la porta e a farli fuggire. Questa volta è bastata la paura. Ma ne sentirete ancora delle altre man mano che la nostra campagna va avanti.
Attualmente stiamo riparando la nostra casa, che era ridotta veramente male: nella stagione delle piogge ci pioveva dentro in tutti gli angoli e la notte bisognava alzarsi per evitare le colate di pioggia. Termino qui salutandovi caramente e unendo i saluti anche di P. Osvaldo. Pregate per me. Vi abbraccio tutti. Vostro Antonio.
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BORODOL, 01.05.1983
Carissimi,
Mi sembra un secolo ormai che non prendo più la penna per mandarvi due righe. Il mese di aprile è stato, come si dice, un mese pieno, senza tregua. E’ cominciato con la celebrazione della Pasqua. Subito dopo Pasqua, nella Diocesi di Khulna si celebra l’Assemblea Pastorale Annuale, con la partecipazione dei rappresentanti di tutte le missioni insieme al vescovo, padri, suore e catechisti. Sono tre o quattro giorni di lavoro intenso, preceduti da una adeguata preparazione a livello locale. Ogni missione deve dare relazione del lavoro svolto dall’ultima assemblea. Ogni anno viene svolto un tema particolare o affrontato qualche scottante problema. Si conclude sempre con una o due decisioni condivise, che serviranno da guida per l’attività pastorale/missionaria per tutto l’anno.
Subito dopo l’assemblea il vescovo è venuto a Borodol in visita pastorale e durante la visita c’è stata l’inaugurazione della scuola e del Social Community Centre. E’ stato un momento significativo nella storia della missione di Borodol e un momento di orgoglio per la nostra gente, abituata ad essere calpestata e disprezzata dagli altri, Hindu e Musulmani. La realizzazione di una scuola a Borodol era stato il sogno di tanti altri padri prima di me e il Signore ha permesso che diventasse realtà con la mia caparbia scelta di riaprire la missione di Borodol, rimanendoci in maniera stabile. Speriamo che tutto segni l’inizio di un nuovo cammino.
Il 24 aprile abbiamo celebrato il 4° anniversario della morte di P. Serafino. Fin dall’inizio ho voluto darci un particolare significato a questa data, ben sapendo quanto P. Serafino aveva fatto per Borodol e quanto profondamente era entrato nell’animo della gente. La celebrazione dura tre giorni, nei quali, oltre a ricordare P. Serafino e pregare per lui, ci sono altre manifestazione di carattere culturale e religioso; prima fra tutte l’esibizione dei 3 kirton dol, con premiazione al gruppo che fa meglio. Per l’occasione vengono i rappresentanti dei vari villaggi e in genere c’è sempre un buon numero di padri e suore: quest’anno eravamo in 12.
Il 17 aprile P. Piero Colombara ha lasciato il Bangladesh e si recherà in Gran Bretagna per prestare servizio in quella regione saveriana. Con me c’è, come vi dicevo, P. Osvaldo Trevisani, cremonese, fresco di Bangladesh, ma tanto bravo. Spero di scrivervi più a lungo prossimamente. Ricordatevi di me e della mia gente al Signore. Vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.




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BORODOL, 04.12.1982
Carissimi,
Già da qualche giorno ho ricevuto la vostra cara lettera e ancora prima avevo ricevuto il pacchetto con le sementi, che ora sono già cresciute e, a vederle, rimarreste sorpresi. Grazie di tutto e il Signore vi benedica. Sono contento dell’entusiasmo con cui Lucia ha ripreso la sua attività di catechista: è senz’altro un arricchimento personale, perché quello che diciamo ai ragazzi ci implica a viverlo prima nella nostra vita e così anche la nostra lezione diventa più efficace. E poi, quello di annunciare la Buona Novella agli altri è un elemento essenziale della nostra vocazione cristiana.
Forse voi non lo credereste, ma a Borodol ci stiamo preparando ad accogliere un altro padre e così saremo in tre, almeno fino a quando P. Piero rimane in Bangladesh. Si tratta di P. Osvaldo Torresani, un cremonese, che sta per terminare il suo corso di lingua. Venendo qui da noi, avrebbe la possibilità di inserirsi gradualmente, capire l’ambiente e poi prendere pian piano le proprie responsabilità. Più fortunato di me quindi che mi son fatto il tirocinio a Borodol un po’ a mie spese. Ma non me ne pento e, se dovessi ricominciare, farei la stessa strada.
E’ cominciato l’Avvento e fervono i preparativi per la celebrazione del Natale. In particolare ogni sera ci sono le prove del kirton. Non ho ancora avuto modo di spendere due parole sul kirton. Il kirton è una tipica manifestazione culturale del mondo religioso Hindu. Riesce a coinvolgere in maniera straordinaria sia gli attori del kirton, che comprende suonatori di tamburi (dhak), harmonium e flauto (bashi), cantori con la parte maschile e la parte femminile e danzatrici ( di solito ragazze prima della pubertà). Si svolge all’aperto e va avanti per ore, giorno e notte. Si esibisce sopra un palco improvvisato, fatto di stuoie. Attorno, in maniera circolare, da una parte gli uomini, dall’altra le donne, siedono accovacciati gli spettatori, che partecipano emotivamente coinvolti nello spettacolo, in quello che viene cantato o proclamato. Attorno c’è un’atmosfera raccolta. Il soggetto è sempre un soggetto religioso. Nel mondo Hindu di solito è una esaltazione o celebrazione di una particolare divinità, Radha/Khrishna per esempio e ricorre infinitamente il nome Hori!
La Chiesa cattolica in Bangladesh, nel suo tentativo di inculturazione del messaggio evangelico ha fatto proprio questo elemento così coinvolgente della cultura religiosa Hindu e attraverso di esso celebra il mistero cristiano della salvezza nel suo percorso biblico: Nuovo e Antico testamento. Nella Diocesi di Khulna è stato soprattutto P. Marino Rigon a dare molta importanza a questo elemento culturale, dando vita a gruppi di kirton, chiamati kirton dol ( dol significa gruppo) nei vari villaggi della missione di Shelabunia e istituendo una tradizione a riguardo. In occasione del primo anniversario della morte di P. Serafino invitai uno di questi kirton dol. Visto l’entusiasmo che aveva suscitato in mezzo alla nostra gente, che, tra l’altro ha un background Hindu, feci richiesta a P. Marino di mandarmi uno dei suoi maestri a Borodol, perché potessi dar vita anch’io ad un kirton dol. P. Marino accolse la mia richiesta e mi mandò il migliore dei suoi maestri: Sri Suronjon Halder, che si fermò tre mesi a Borodol. Nacque così anche a Borodol un kirton dol, che in occasione di feste e ricorrenze viene invitato anche in altri villaggi. In seguito Goroikhali ed Alomtola, seguendo l’esempio di Borodol, diedero vita ad altri due kirton dol.
Perdonatemi questa lunga digressione, ma anche questa è una tessera del variopinto mosaico di Borodol. Altre cose pullunano e fanno pressione nella mente, ma mi fermo qui per non rendervi pesante la lettura. Vi auguro un Natale pieno di gioia e serenità. Un grande abbraccio. Antonio.
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KHULNA, 16.10.1982
Carissimi,
Mi trovo qui a Khulna dove son venuto per l’incontro mensile con i confratelli. Non torno subito a Borodol, perché tutti mi hanno consigliato di prendermi un po’ di vacanze. E’ passato un anno infatti dal mio rientro in Bangladesh e così mi sono lasciato convincere di stare una ventina di giorni lontano dal campo di lavoro. Con i pp. Livio Salvetti e Giovanni Abbiati andrò un po’ di giorni in Nepal a respirare una boccata d’aria fresca. C’ero già stato in Nepal nel 1979. In seguito al colpo di sole il superiore, P. Sebastiano Tedesco, sempre molto attento alla salute dei suoi padri, mi aveva spinta ad andare in Nepal. Ero stato ospite dei padri Gesuiti a Kathmandu. I Gesuiti sono presenti nel Nepal dal 1950. Furono ufficialmente invitati dal re ad aprire un College nella capitale. Il College è intitolato a S. Francesco Saverio, St. Francis Xavier College. Sapete che il Nepal è la terra del Buddismo e dell’Induismo ed è vietato alle altre religioni di mettervi piede. Quindi l’invito rivolto ai Gesuiti è stata un po’ una deroga a questa proibizione. Al mio ritorno spero di parlarvi a lungo di questa affascinante terra posta sulla catena dell’Himalaya, ricca di mondir ( templi) Hindu e stupa Buddisti.
Nel frattempo non so se a Borodol sia arrivata qualche vostra lettera. Eventualmente prendete questa come risposta. La settimana scorsa, a Borodol, ho provato l’ultima emozione, che si aggiunge alle tante altre del passato: il morso del serpente. Ve la racconto così come mi è capitata. Dpo le nove di sera, lascio i miei tre collaboratori (Andrio, Sudhir e Mothi) seduti in veranda e faccio il solito giro nella para. Al ritorno, sul punto di inforcare il sentiero che porta dentro la missione, sento qualcosa di fresco sul collo del piede ed ho l’impressione che si tratti di una rana infiltratasi su per i pantaloni. Torno a sedermi in veranda, dove avevo lasciato i miei tre amici. Ponendo le gambe a cavalcioni, sul collo del piede destro vedo spuntare una macchietta di sangue e contemporaneamente avverto l’inizio di un pizzicore. Comincio a prendere coscienza che non si è trattato affatto di una rana, perché subito dopo scopro chiaramente i due puntini tipici del morso del serpente.
Faccio notare la cosa ai tre, i quali, dopo un attimo di smarrimento, si muovono attorno confusamente, dando l’allarme in para. Intanto Sudhir viene fuori con una corda e mi lega la gamba sotto il ginocchio. Nel frattempo tutta la gente si è precipitata alla missione in gran confusione. Intorno a me c’è tutto un muoversi convulso. Vengono apprestati tutti gli attrezzi e incominciano le prove per scoprire se si tratta di serpente velenoso o no. Prova del capello: passando con un capello teso sui due puntini, il capello dovrebbe spezzarsi se il serpente è velenoso. Nel mio caso il capello non si spezza. Prova della corteggia d’albero: fanno passare una corteccia d’albero sulla ferita e mi chiedono se il passaggio della corteccia provoca fresco o caldo. Dico che ho una sensazione di fresco. Seconda prova negativa. Prova del pulcino: erano già pronti accanto a me due o tre pulcini, portati appositamente. Bevendo il sangue della ferita, il pulcino morirebbe all’istante se il serpente è velenoso. Il pulcino invece non muore. Ultima prova, quella del timo: mi fanno masticare alcune foglie di timo e mi chiedono se il gusto è dolce o amaro. Il sapore è amaro e perciò il serpente non è velenoso.
Si fa posto anche a Suren Mondol, il kobiraj (mezzo stregone) della para, il quale si appresta a preparare i suoi impiastri. “Suren, gli dico, niente trucchi e soprattutto niente montro (formule magiche)!” Si era cercata nel frattempo nella camera di P. Piero, assente da Borodol, la prodigiosa pietra nera (una pietra africana, che assorbe il veleno del serpente e impedisce perciò di nuocere), ma nessuna traccia della pietra. Il Kanai Gain aveva provveduto a fasciarmi la gamba anche al di sopra del ginocchio con la sua gamcha (una specie di asciugamani di cotone che ogni bengalese si porta quasi sempre dietro). In quella situazione mi dico: anche se non c’è il veleno, in questa maniera la mia gamba andrà comunque alla malora. Ad ogni modo, dopo le prove effettuate, sembrava chiaro che il serpente non era velenoso. Sono riuscito a conservare la calma durante tutto questo processo, sostenuto da una grande fiducia interiore. Ovviamente mi tornavano a mente le parole del Vangelo con l’assicurazione data da Gesù ai suoi discepoli contro il morso dei serpenti.
Intanto sono arrivate le dieci e prego la folla di allontanarsi perché il pericolo è scongiurato. Mi vogliono affidare qualche custode per la notte, ma faccio loro capire che mi basta la custodia del Signore. Così, un po’ alla volta, tutti sloggiano lasciandomi solo. Con un tantino di apprensione per i possibili effetti del morso vado a letto. Verso mezzanotte sento bussare alla porta. Mi alzo e vado a vedere di che si tratta. E’ una delegazione venuta a rendersi conto della mia condizione. Li riassicuro sul mio stato e così se ne vanno lasciandomi di nuovo solo. Devo confessare che fino alle due di notte non riuscii a prendere sonno per l’ansia del serpente. Ho così finito il racconto e mi rimane poco spazio per il resto. Saluti carissimi a parenti ed amici ed un caro abbraccio a voi. Vostro Antonio.
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BORODOL, 04.09.1982
Carissimi,
Spero che abbiate trascorso una splendida estate. Vi scrivo qui da Khulna, dove ho trovato la lieta sorpresa dell’offerta di 250 mila lire da voi inviata. Vi ringazio di tutto cuore, ma vi prego di non imporvi sacrifici troppo grandi per me, anche se sono convinto che il poco che noi diamo viene ripagato oltre misura dal Signore. Qui a Khulna son venuto a procurare cemento per Borodol. Fero, cemento, mattoni bisogna comprarli qui a Khulna e trasportarli poi con grossi barconi, che impiegano un paio di giorni per arrivare a Borodol. Le costruzioni sono a buon punto e speriamo di inaugurare i due centri per Natale.
Per la copertura degli edifici non abbiamo fatto ricorso al cemento armato, perché, data la salsedine del posto, il ferro verrebbe intaccato e la coesione col cemento verrebbe meno nel giro di pochi anni. Abbiamo invece fatto ricorso a travi di legno, il legno di una palma che si chiama tal gach. Se il legno è stagionato e debitamente trattato, ha una duratura secolare. Ci son volute ben 60 piante di tal gach per la copertura dei due edifici. Non vi descrivo il traffico per procurarle e portarle a destinazione. Nel sud dove siamo noi tali piante non si trovano facilmente e bisogna portarle da lontano sempre via fiume. Una volta a destinazione, incomincia il lavoro per ricavarne le travi e qui occorre un esperto del mestiere, che si chiama kath mistri. Le travi ricavate dalla palma vengono poi incatramate perché non vengano intaccate dalle termiti (ui poka). Collocate sul tetto le travi sono saldamente legate da tramezze, chiamate sola, sempre dello stesso tipo di legno. Nello spazio intermedio vengono collocate mattonelle di terra cotta, sulle quali viene steso lo shurki, un miscuglio di polvere di mattone e calce, su cui viene versata acqua ad intermittenza e opportunamente battuto attraverso un processo interessantissimo perché acquisti solidità e consistenza. Questo tipo di tetto, oltre alla convalidata resistenza nel tempo, protegge anche dal caldo tropicale.
In questi mesi di pioggia ho dovuto accantonare la moto e riprendere la via lenta dei fiumi, che, come ormai sapete, riserva sempre delle sorprese. L’ultima volta da Khulna tornavo a Borodol in battello, ma, proprio a metà percorso, il battello va in panne e così, con mezzi vari di fortuna, sono rientrato a Khulna, perché per Borodol non era possibile proseguire con altri mezzi. Per andare a Borodol il battello impiega non meno di 7/8 ore. Così stasera prenderò il battello alle 9 e mezzo e spero di arrivare a Borodol verso le 6 di domattina. Andrà avanti così fino a tutto ottobre, poi si potrà riprendere in mano la moto. Si avvicina la stagione buona per gli ortaggi: se potete procurarmi un po’ di semi, ve ne sarò molto grato. A tutti voi ancora una volta il mio grazie sincero con la preghiera che il Signore vi benedica e vi protegga. P. Piero ricambia i vostri saluti. Da me un grande abbraccio. Antonio.

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I translated this very special letter that shows the overwhelming work needed to bring this project to fruition.
BORODOL, 22.06.1982
Carissimi,
I hope you had a wonderful summer. I am writing to you here from Khulna, where I found the happy surprise of the 250 thousand lire offer you sent. I thank you wholeheartedly, but please do not impose sacrifices too great for me, even if I am convinced that the little we give is rewarded beyond measure by the Lord. Here in Khulna I came to procure cement for Borodol. Iron, concrete, bricks must be bought here in Khulna and then transported with large boats, which take a couple of days to get to Borodol. The buildings are well advanced and we hope to inaugurate the two centers for Christmas. For the roofing of the buildings we did not resort to reinforced concrete, because, given the saltiness of the place, the iron would be affected and the cohesion with the concrete would be lost in a few years.
Instead, we resorted to wooden beams, the wood of a palm tree called tal gach. If the wood is seasoned and properly treated, it has a long-lasting duration. It took as many as 60 gach plants to cover the two buildings. I do not describe the traffic to procure them and bring them to their destination. In the south where we are, these plants are not easily found and must always be taken from afar by river. Once at your destination, work begins to obtain the beams and here you need an expert in the trade, who is called kath mistri. The beams obtained from the palm are then tarred so that they are not affected by the termites (ui poka). Placed on the roof, the beams are firmly linked by partitions, called alone, always of the same type of wood. In the intermediate space, terracotta tiles are placed, on which shurki is laid, a mixture of brick and lime powder, on which water is poured intermittently and suitably beaten through a very interesting process because it acquires solidity and consistency. This type of roof, in addition to its validated resistance over time, also protects against tropical heat.
In these rainy months I had to put my bike aside and take the slow road of the rivers, which, as you know by now, always reserves some surprises. The last time from Khulna I returned to Borodol by boat, but, just halfway, the boat broke down and so, with various means of luck, I returned to Khulna, because for Borodol it was not possible to continue by other means. To go to Borodol the boat takes no less than 7/8 hours. So tonight I will take the boat at half past nine and I hope to arrive in Borodol around 6 in the morning. It will go on like this until the end of October, then the bike can be taken back. The good season for vegetables is approaching: if you can get me some seeds, I will be very grateful. To you all once again my sincere thanks with the prayer that the Lord bless you and protect you. P. Piero returns your greetings. A big hug from me. Antonio.
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BORODOL, 22.06.1982
Carissimi,
Torno a voi dopo un lungo silenzio. Nel frattempo, un po’ dappertutto nel mondo, sono capitati tanti fatti, fatti di odio e di sangue per gli episodi di guerra che si sono verificati qua e là, ma anche fatti di gioia, che, per lo più rimangono nascosti e nessuno li mette in risalto. Domenica prossima, qui a Borodol, ci sarà un bel gruppo di ragazzi e ragazze, che riceveranno la prima Comunione. Certo non ci sarà sfarzo, non ci saranno regali, banchetti e molti di loro mangeranno sì e no il loro piatto di riso quel giorno. Veramente qui l’Eucarestia è un segno vivo di quel pane che tanti-tanti non ancora possono mangiare pienamente.
Proprio in questi giorni abbiamo cominciato i lavori per la costruzione della scuola e del Social Community Centre, un edificio dove dovrebbero confluire tutte le iniziative di lavoro. Sono due progetti che ci sono stati finanziati dalla Misereor tedesca per un ammontare di circa 30 mila dollari. I due edifici sorgeranno l’uno difronte all’altro sulla striscia di terra strappata al fiume. Per rendere stabili le fondamenta vi abbiamo collocato sotto una specie di zatterone, costituito da pali di legno (in bengalese: kuti), lunghi un metro e larghi 20 centimetri di diametro. Si tratta di mille pali saldamente legati fra di loro. Il legno è speciale (in bengalese: sundori kath), resistente al tempo e non marcisce.
Il disegno dei due edifici è semplice e lineare e mi sono improvvisato ingegnere a basso costo. I muratori ( raj mistri) e i manovali (jugali) ci sono stati offerti da P. Attilio Boscato, responsabile della missione di Simulia. Se ricordate bene nel 1974 in questa missione venne assassinato P. Valeriano Cobbe. Anche i Cristiani di Simulia provengono dai Muci, convertiti alla fine del 1800. Il Padre aveva costituito delle cooperative agricole e stava realizzando una rete per l’irrigazione dei terreni. La cosa non andava a genio ai grossi proprietari (zemindar) della zona, che assoldarono un sicario, che assassinò P. Valeriano a colpi di fucile.
Mentre stanno andando avanti i lavori di costruzione a Borodol, c’è la preoccupazione per gli altri villaggi, dove sono in atto altre iniziative di lavoro. Per fortuna adesso siamo in due e perciò il peso delle responsabilità viene condiviso. Abbiamo cominciato a pensare anche alle suore, che, nel giro di un paio di anni, speriamo di portare a Borodol. Nel frattempo, però, bisogna trovare il terreno dove costruire la loro abitazione. Come vedete, il fervore del lavoro non diminuisce. Spero solo di trovare sempre nella giornata il tempo necessario per l’incontro con il Signore in profondità, perché, se viene a mancare la sua forza, tutto il resto non serve a nulla.
Siamo nel pieno della stagione delle piogge. La settimana scorsa, ritornando in moto da Khulna, dove avevo partecipato al nostro incontro mensile, me la son presa tutta, rimanendo anche impantanato nel fango. Vi faccio i migliori auguri per le prossime vacanze estive. Finisco, chiedendovi fervidamente di pregare per me. Saluti anche da P. Piero. Vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.

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BORODOL, 06.04.1982
Carissimi,
Ho ricevuto la vostra lettera che mi ha portato un po’ della vostra vita. Penso che abbiate sentito qualcosa sul Bangladesh, in cui, una ventina di giorni fa, in seguito ad un colpo di stato, è stata instaurata la legge marziale. Non vi dico di più, perché c’è la probabilità che le lettere vengano censurate. Dalla Direzione Generale in Via Nullo in Roma è stato in mezzo a noi per alcuni giorni P. Meo Elia. Se andate da lui, potrete sentire qualcosa di più particolare.
Il padre è venuto in Bangladesh per assistere al nostro Capitolo Regionale, un evento che ricorre ogni tre anni, in cui noi eleggiamo il Superiore Regionale e tracciamo alcune linee programmatiche , che dovrebbero guidare il nostro lavoro nei successivi tre anni. Devo dirvi che l’ho scampata bella. Nei primi sondaggi i voti si erano orientati sopra di me. Ma, al mio secco rifiuto di accettare, le cose sono andate diversamente e così abbiamo eletto di nuovo P. Sebastiano Tedesco, che diventa superiore per la terza volta consecutiva. Non ho potuto però evitare di essere eletto vice superiore. Il che non mi preoccupa, perché mi consente di rimanere a Borodol.
Come ben sapete, nel primo periodo di permanenza, quasi tutto il mio tempo l’ho speso per Borodol, dove i problemi erano tanti e non mi permettevano di interessarmi in profondità agli altri villaggi. Adesso, con la venuta di P. Piero, la nostra attività è raddoppiata e così cerchiamo di realizzare anche negli altri villaggi quello che è stato fatto a Borodol. Ci siamo divisi i villaggi, dove portiamo avanti varie iniziative e progetti.
Il 24 aprile p.v. ricorre il 3° anniversario della morte di P. Serafino e vogliamo commemorarlo con una certa solennità, perché vogliamo che questa data diventi un fatto significativo per la nostra gente. Quelli che si sono allontanati facendosi protestanti stanno facendo marcia indietro. Penso che la memoria di P. Serafino farà il resto. Infatti si prevede che per quella data ci sarà un ritorno in blocco. Questa volta, però, se ritornano, dovranno impegnarsi solennemente a cambiare vita. Come vedete, qui non c’è mai da annoiarsi e le sorprese son sempre tante. Pregate che il Signore sia con noi con la sua grazia. Finisco qui. Spero di sentire presto da voi. I miei auguri di Pasqua non vi giungeranno in tempo. Cari saluti a tutti, parenti ed amici. Un abbraccio. Vostro Antonio.
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BORODOL, 05.03.1982
Carissimi,
Questa volta con un po’ di ritardo rispondo alle vostre due lettere. Sono appena rientrato dalla visita a Goroikhali, che si trova a 6 ore di barca da Borodol. Lì era scoppiato, non si sa come, un incendio e 7 capanne sono andate completamente distrutte: sono rimaste le mura di fango annerite. La situazione economica in questo villaggio è veramente disastrosa e finora non sono riuscito a realizzare nessun piano. Da 4 anni sto cercando di comprare un pezzo di terra, dove sistemare le loro casette e dove possano trovare posto la scuoletta e la piccola chiesa. Ma, quando sto per concludere l’affare, ecco che sorge la difficoltà che blocca tutto. La ragione principale è che i grossi papaveri della zona non vogliono che i poveri Muci trovino una condizione più umana di vita.
A Goroikhali vivono 45 famiglie tutte a ridosso del bazar in un fazzoletto di terra. Le loro capanne assomigliano più a tane di bestie che ad abitazioni umane. Manca assolutamente lo spazio vitale con una promiscuità incredibile e, se non si risolve la situazione logistica, non si può iniziare nessun piano di sviluppo. Questa volta, andato per dare il primo soccorso a quelli colpiti dall’incendio, mi sono recato di nuovo da uno di questi ricchi possidenti (mohajon). Il prezzo che vuole è esorbitante: il doppio di quello che chiederebbe se fossero altri a comprare. Questa volta, però, sono deciso ad andare in fondo. Il piano che ho in mente è quello di compare la terra, sistemarvi le casette dei Muci e costruire la chiesetta e la scuola. Il tutto mi verrebbe a costare intorno ai 10 milioni di lire. Ho già cominciato a muovere le acque e spero che anche questa volta la Provvidenza non rimarrà inerte. Ma non pensate che tutto finisca con Goroikhali, ci sono altri villaggi che si trovano nella medesima melma e aspettano una sistemazione. Non trovo altro da dirvi per il momento. Con P. Piero andiamo ottimamente e anche lui vi manda i più cordiali saluti. Ricordatemi al Signore: la sua forza mi è più che mai necessaria. Con affetto. Vostro Antonio.

P.S.: Accludo nella lettera un articolo su Borodol scritto da P. Silvano Garello, mio compagno di ordinazione, che tornava a Borodol 10 anni dopo!
COLLOQUI SOTTO LE STELLE
Un mucchio di terra ed uno stecco di bambù: il molo di Borodol. Mi guardo attorno perplesso. Ad incoraggiarmi a scendere ecco il saluto di un cristiano: “Gisur pronam! (Sia lodato Gesù Cristo!). Father, ki khobor? (Padre, che notizie ci sono?). La gente di Borodol aspetta il battello che viene da Khulna per avere il giornale del giorno prima, la posta e qualche piccola novità per il mercato. In linea d’aria Khulna dista poco più di cinquanta miglia, ma con il battello occorrono almeno sette ore. Finita l’animazione del mercato, che cade di domenica, a Borodol si sente forte l’isolamento.
Prima di incontrare P. Antonio Germano e P. Piero Colombara, lungo il tragitto, ho avuto tutto il tempo per lustrare le immagini di dieci anni fa. “Vieni a vedere: Borodol non è più quello di prima”, mi aveva detto P. Antonio. E come poteva esserlo? I cristiani di Borodol avevano visto tornare P. Serafino Dalla Vecchia, sfigurato dal cancro ma con ancora sulle labbra il suo imbattibile sorriso. Essi avevano chiesto un miracolo per lui. Egli invece da molto prima aveva chiesto un miracolo per loro, e ne stava pagando il prezzo con la vita.
I suoi “muci” avevano la pelle dura come quella delle mucche che scuoiavano dopo averle avvelenate. Questo era il loro espediente per vivere, ma anche il marchio d’infamia incollato al loro nome. P. Antonio, il successore di P. Serafino, aveva avuto il cuore troppo tenero per prendere di punta la situazione. Egli credeva nell’autoredenzione attraverso il lavoro e l’educazione. Dove il mestiere era un fatto di casta valeva poco dire: “Davanti avete il fiume: pescate. Alle vostre spalle avete i campi: fate i contadini”. La resa avvenne su una via di mezzo: l’artigianato, ossia il lavoro di ricamo della juta per le donne e la fabbricazione delle stuoie per gli uomini. Il mercato estero ed interno sembrò rispondere bene. Come risultato, qualcuno effettivamente abbandonò il vecchio mestiere di scuoiatore. Attraverso uno sbarramento lungo il fiume si guadagnò una bella striscia di terra che permise la ristrutturazione delle capanne su un nuovo tracciato lungo la strada. P. Antonio, da buon abruzzese (osservazione dell’interessato: in realtà sono molisano!), non si era lasciato piegare dalle difficoltà e dagli insuccessi. Per alcuni anni aveva tirato avanti da solo.
A Borodol si respira ora un’aria di laboriosità festosa. Al mio arrivo sono stato subito invitato a sedermi sul prato della missione davanti ad un piatto di riso preparato dai ragazzi che facevano il loro picnic. Più in là anche il gruppo delle donne stava degustando un buon torkari (in inglese: curry). “Da alcuni giorni il nostro cuoco è disoccupato. Non faccio altro che passare da un invito all’altro”, mi disse P. Antonio. Ci voleva poco a capire quanto P. Antonio stesse bene tra la gente e come non sia il tipo che teme di sprecare sorrisi e incoraggiamenti.
L’uomo dalla forza d’urto è fuori. Al ritorno dalla Messa vespertina a Buria, seduti sulla veranda, parliamo di lui guardando le stelle. P. Piero è partito in motocicletta per Alomtola per documentarsi su un gesto di intolleranza compiuto da alcuni giovani musulmani la sera di Natale. Costoro avevano saccheggiato le statue del Presepio. P. Piero non è l’uomo che abbassa la testa davanti al sopruso. Ben agguerrito in sociologia, egli sa, nel caso, arruolare in piena regola un piccolo “esercito della salvezza” a difesa della causa degli oppressi. Come quando volevano far passare una strada proprio nel mezzo del terreno riguadagnato dal fiume con mesi di sudore. Egli aveva fatto affiggere dei cartelli con la scritta: “Giù le mani dalla terra dei poveri!”.
Forzato dalla disperazione, P. Piero si è messo a fare anche un po’ il dottore. I morsi del serpente, il tifo, il colera, le dissenterie non permettono di perdere troppo tempo in pie considerazioni..
LA SFIDA CHE NON HA LASCIATO DORMIRE. Mentre P. Antonio era in Italia in vacanza, P. Piero aveva lanciato l’iniziativa delle latrine nel villaggio. Ci furono resistenze al limite del grottesco. “Non vogliamo tenerci la puzza e la sporcizia vicino a casa”, obiettarono alcuni. “Bene, allora tenetevela in casa, quando avrete paura di uscire di notte”. Quelli che accettarono la sua proposta ora passano per i più furbi. Un gabinetto vicino a casa è così igienico e così comodo!
L’altra battaglia fu piuttosto una sfida drammatica. “Chi non smette di avvelenare le mucche e di mangiare carne di mucca trovata morta sarà ipso facto scomunicato dalla comunità cristiana e gli sarà rifiutata la sepoltura in terra benedetta”. Le parole erano precise. Ciò che non avevano fatto le esortazioni di P. Serafino e di P. Antonio, lo fece il terrore di finire sepolto come un cane. Ma anche in questo caso, alcune famiglie, forse sotto il peso di un’abitudine millenaria, non vollero desistere. Il verdetto fu inequivocabile: scomunica. Il provvedimento non era troppo sproporzionato? Non bisogna dimenticare che il senso di disgusto e di disprezzo suscitato nella società bengalese dal mestiere di un “muci” che si dedica a queste pratiche ingiuste e antiigieniche è ben più che una scomunica sociale. Forse che il cristiano ha il privilegio di urtare la sensibilità sociale e di scavalcare i principi morali? La verità è che paghiamo ancora oggi un atteggiamento di arrendevole considerazione. La Chiesa dei primi secoli chiedeva al convertito tagli netti e sacrifici duri come prova di accoglienza della fede e del nuovo sistema di vita.
Le sei famiglie (Nota di p. Antonio: in realtà le famiglie furono 18) ribelli chiesero accoglienza presso la New Apostolic Church. I ministri di questa denominazione vennero da lontano, parlarono con l’aiuto di un interprete, battezzarono e lasciarono come capo un certo Michael, un nostro ex seminarista.
Seduto sui gradini della chiesa a guardare le stelle e ad ascoltare Michael: così ho trascorso la mia ultima sera a Borodol. Un misto di pietà e di speranza mi ha tenuto lì ad ascoltare, mentre i gradini si facevano sempre più freddi. Egli cominciò così: “Noi siamo cristiani da cinquant’anni…” “Non capisco come tu, un ex seminarista, sia arrivato al punto di abbandonare la Chiesa che ti ha allevato…” gli dissi. “Mio padre mi ha detto: o stai dalla mia parte o devi andartene. Poi ho anche pensato: per mangiare mi occorre pur un mestiere…”. Gli rievoco i tempi felici di P. Serafino, che lo sognava prete a Borodol, dedicato a riscattare i suoi fratelli muci dal marchio dell’immondezza e della degradazione. La voce di Michael ha un tremito: “Io vorrei tornare indietro, ma non so trovare la strada”.
A Borodol la notte si chiama ancora buio e silenzio. Conficcati nella palude, al di là del fiume Kopotokko, i piloni della luce elettrica sono pur sempre una bella promessa. Sento nell’anima una morsa lancinante: questa gente si è fatta cristiana, ma ha veramente passato il fiume? A volte viene da pensare che il loro cuore e le loro abitudini siano ancora al di là del Mar Rosso. Ma non è così. Qualcuno ha passato la sponda ed è in marcia. La luce sta per arrivare ad illuminare tutto il villaggio. Stanno per sorgere una nuova scuola ed un centro del cucito dedicati a P. Serafino. Ora la lampada del Santissimo è alimentata dall’olio offerto dalla gente. Alcuni giovani, artigiani del cuoio a Satkhira, si sono impegnati a pagare le spese di un seminarista povero originario di Borodol che studia a Khulna. Ci sono dunque dei segni di una nuova comunità cristiana. Chi sa quanti missionari, la sera, guardando le stelle del cielo di Borodol, si saranno chiesti: “Quando arriverà il momento della liberazione di questo popolo?” P. Serafino lo previde ed esultò di gioia. Alzandomi, dissi a Michael: “Ricordati che qui è sempre casa tua!” P.SILVANO GARELLO SX.


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BORODOL, 02.04.1981
Carissimi,
Posso finalmente annunciarvi che ho ricevuto dal governo bengalese il permesso di rientrare in Bangladesh, quello che in inglese si chiama re-entry visa e percjò vi comunico che lascerò il Bangladesh verso il 22 o il 23 di aprile. Non ancora sono in grado di comunicarvi con precisione la data di arrivo a Roma, perché non ho ancora fatto il biglietto aereo. Viaggerò con il Bangladesh Biman, aereo di linea bengalese: volo diretto Dhaka-Roma con scalo a Dubai in Arabia Saudita.
Sono così giunto al termine del mio primo periodo di servizio alla Missione: sono contento e ne ringrazio il Signore. Il lavoro, iniziato da me, continuerà e questo è un segno che il Signore è tornato a benedire il suo popolo. P. Piero ha molta più esperienza di me e sono sicuro che nelle sue mani tutto procederà per il meglio. Volendo sarei potuto venire a celebrare la Pasqua da voi, ma ho voluto coronare con la celebrazione della Risurrezione di Gesù questa prima fase. Vi faccio gli auguri più sinceri e vi prego di ricordare al Signore me e la mia gente. Chiudo così e a risentirci a voce. Vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.
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BORODOL, 01.11.1980
Carissimi,
Dovete scusarmi se da tanto tempo non mi sono fatto più vivo e non ho risposto alle vostre lettere. Spero mi comprenderete e perciò mi scuserete. Piano piano anche voi entrate a far parte di questo mondo. Ormai conoscete già tutto e siete anche in grado di darmi dei suggerimenti. C’è un problema di cui non ho ancora parlato con voi ed è quello dei giovani. Come ormai sapete, la missione di Borodol fu abbandonata a se stessa per sette/otto anni e in questo lungo lasso di tempo chi ne ha sofferto di più è stata l’alfabetizzazione. Abbiamo una larga fascia di giovani, che non sono andati oltre la quinta elementare e, non avendo un lavoro che li tenga occupati, fanno il mestiere dei fannulloni girovagando dal mattino alla sera e creando, alle volte, seri problemi.
Alcuni anni fa nella missione di Satkhira, da cui una volta dipendava Borodol, per iniziativa di P. Sebastiano Tedesco, si era dato vita ad una attività che vedeva impegnati soprattutto i giovani. L’attività riguardava la lavorazione della pelle, in cui i nostri Muci sono maestri. Si producevano borse e borsellini, portafogli ed altri oggetti vari. In più era nato un connubio di lavorazione tra la pelle ed il filo di iuta. Qualche anno fa la direzione dei lavori è passata nelle mani di P. Enzo Falcone, il quale è un artista, ricco di fantasia, capace di creare sempre nuovi modelli di lavoro. Tra l’altro a questa attività ha dato anche un nome chiamandola “Rishilpi”, che è la compilazione di due termini: Rishi è uno dei tanti nomi con cui vengono identificati i nostri fuoricasta, e Shilpi, che in bengalese significa maestro d’arte, artista.
Sotto la direzione di P. Enzo l’attività ha avuto una larga espansione ed una richiesta di prodotti dentro e fuori il Bangladesh. Di qui la necessità di nuova manodopera. Venendo incontro a questa esigenza, su richiesta di P. Enzo, all’inizio di quest’anno, da Borodol e da altri villaggi ho mandato 25 di questi giovanotti disoccupati. Qualcuno di essi già mi è tornato indietro: è troppo faticoso! Spero che gli altri resistano e pensino a costruirsi il loro futuro. A riguardo delle varie iniziative intraprese per l’elevazione sociale della nostra gente, ho potuto constatare che le donne sono più affidabili e su di loro si può scommettere. Non così con gli uomini. Ricordate il fiasco della calzoleria? Accanto a questo fallimento devo annoverarne altri due al seguito di iniziative intraprese con i miei giovanotti fannulloni.
L’apicoltura è molto in voga nella nostra zona vicina alla foresta tropicale. Avevo preso contatto con un apicoltore di un villaggio vicino e gli avevo chiesto se potevo mandargli due giovanotti perché imparassero il mestiere. Shunil Shing e Jogodish Mondol sono i prescelti. Rimangono presso l’apicoltore 15 giorni per il training. Ritornano e con entusiasmo danno vita all’apicoltura di Borodol. Spese per il training e spese per sistemare 5 alveari. Tutto sembra funzionare a dovere. Ma arriva la stagione delle piogge. E’ il periodo critico in cui le api non trovano facilmente il nettare ed hanno perciò bisogno di un’attenzione particolare. Si profila un nuovo fiasco, perché i due improvvisati apicoltori non si prendono la cura delle api, che un po’ alla volta sciamano tutte. Di un’altra iniziativa e di un altro fiasco con i giovani ve ne parlerò fra pochi mesi quando tornerò in Italia.
E adesso ho una notizia bomba da comunicarvi. Da quindici giorni circa e cioè da metà ottobre è venuto a stare con me un altro padre; il suo nome è Piero Colombara, un veneto, che ha qualche anno più di me e da circa 10 anni lavora in Bangladesh. Ha una lunga esperienza soprattutto a livello sociale, in quanto, fino all’anno scorso, ha lavorato in seno ad organismi internazionali di sviluppo ed è stato per un certo periodo anche direttore regionale della Caritas di Khulna. Ora però ha fatto una scelta ed è venuto a stare con me per vedere fino a qual punto le buone idee che lui ha predicato in giro possono essere messe in pratica at grass root level, come dicono gli Inglesi. Ho avuto l’assicurazione che lui resterà qui fino al mio rientro dall’Italia. Come potete immaginare, per me è stata una vera benedizione e devo dire che ho ottenuto proprio l’aiuto che desideravo, perché è giunto il momento in cui bisogna lavorare di più a livello educativo ed organizzativo e P. Piero con la sua larga esperienza mi sarà senz’altro di grande aiuto. Termino qui, anche se le cose da dire sono ancora tante. Nella vostra preghiera, d’ora in poi, ricordatevi di me e di P. Piero. Vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.
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BORODOL, 31.08.1980
Carissimi,
Era da tempo che non ci si sentiva più, poi, finalmente, alcuni giorni fa, ho ricevuto la vostra cara lettera. Quando la mia risposta vi raggiungerà, le vostre ferie saranno già finite. L’anno prossimo, a Dio piacendo, passeremo l’estate assieme. Qui siamo nel pieno della stagione delle piogge. Nel nord del Bangladesh ci sono state alluvioni con centinaia di vittime e danni incalcolabili nelle colture a riso. Qui la natura ogni anno ci riserva delle amare sorprese. Non ricordo se ve lo abbia ancora detto, ma a suo tempo avevo ricevuto le 200 mila lire, risultato della vendita dei lavoretti del nostro Centro del Cucito. Non ho parole per ringraziare soprattutto Lucia per la generosità con cui si è prodigata nello smercio del nostro prodotto.
Adesso ci stiamo oeganizzando anche a livello di mercato e così spero di non disturbarvi più per la vendita degli articoli. Ho preso contatto con uno dei nostri padri, P. Giovanni Abbiati, originario di Sondrio in Valtellina, il quale da anni lavora nell’artigianato ed ha una lunga esperienza in materia. Mi ha chiesto una lista degli articoli che produciamo con relativa foto e sigla con cui il prodotto è registrato. La nostra sigla è BOH, seguita da 1,2,3, ecc. BO sta per Borodol e H per Hessian Embroidery. Ci sono regolari spedizioni per nave a gente, che è interessata ai nostri articoli e così non ho più da arrovellarmi il cervello per provvedere alla vendita. Spero che la cosa possa avere un seguito sempre migliore e assicurare così un futuro alle nostre donne.
La stagione delle piogge è sempre il periodo più critico per la nostra gente. La situazione poi quest’anno ci ha riservato un’amara sorpresa, perché la scorta di mele (ricordate il materiale con cui si fanno le stuoie?) si è esaurita circa tre mesi fa e cioè proprio all’inizio della stagione delle piogge, quando non si trova più il mele e quando il lavoro è più urgente e necessario. Così improvvisamente il lavoro è venuto a cessare per 45 famiglie. La colpa è di Judisti, il mistri Hindu, che presiede ai lavori e non mi ha avvisato al momento giusto. Avrete ormai capito, penso, che i miei problemi qui sono soprattutto di quest’ordine e cioè coincidono con quelli della sopravvivenza della mia gente. Forse voi siete ormai stanchi di sentire da me sempre le stesse cose, ma per me questi sono problemi d’ordine vitale. Senza dire che questa è solo una minuscola parte degli avvenimenti di ogni giorno, a raccontare i quali non si finirebbe mai.
Qui la gente se ha mal di testa viene dal padre e se ha mal di pancia viene ancora dal padre. Questo per dirvi che l’assistenza sanitaria è un problema grosso. Nessuno può affrontare la spesa per andare dal medico, che di solito medico non è, ma praticante, che in bengalese chiamano kobiraj, l’equivalente di quello che in Africa chiamano stregone. Proprio questa mattina abbiamo dato sepoltura ad un bambino morto di tetano ed è il secondo in pochi giorni. Questo perché vecchie megere, che svolgono la funzione di levatrici, non hanno la minima nozione di igiene e per tagliare il cordone ombelicale si servono di lamette arruginite o utensili simili. Come vedete, accanto al problema del lavoro, c’è anche quello più scottante dell’educazione. Ci vuole tanta pazienza, perhé, come potete immaginare, si vorrebbe risolvere i problemi tutti in una volta e invece questo è un processo lungo che richiede nervi saldi. Se riuscirò ad avere le suore, penso che esse potrebbero darmi un valido aiuto in questo settore. Voi intanto pregate perché il Signore mi illumini e mi dia anche tanta pazienza, che, mi accorgo, senza togliere il primato alla fede e all’amore, è una virtù di capitale importanza per chi vuole lavorare tra i Muci. Aspetto di avere notizie fresche da voi. Saluti cari a tutti. Vostro Antonio.

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BORODOL, 14.04.1980
Carissimi,
Sono in debito con voi di due lettere. Sono contento delle belle notizie che mi date e spero che il Signore continui a benedirvi e a proteggervi. Mi dispiace di non essermi fatto vivo in occasione della Pasqua. Spero mi perdionate. Potete immaginare come questa solennità, specie in missione, comporti per noi tanto lavoro, perché rappresenta il punto centrale nel cammino di catechesi e di istruzione che si fa durante l’anno. A proposito della celebrazione della Pasqua quest’anno a Borodol, voglio raccontarvi un episodio che vi farà ridere come ha fatto crepare dal ridere i confratelli quando l’hanno sentito raccontare. Sapete che la Liturgia Pasquale incomincia con la benedizione del fuoco all’aperto. Ora, a tal proposito, io avevo preparato un bel fascio di legna e l’avevo collocato al centro del cortile della missione. A mezzanotte in punto insieme ai fedele dalla chiesa andiamo verso il cortile per dare inizio alla Veglia Pasquale. Con la pila illumino il luogo dove avevo collocato la legna, illumino anche tutto intorno, ma la legna non c’è! Evidentemente qualcuno l’aveva fatta scomparire; con quel bel fascio di legna, il fuoco della cucina sarebbe stato alimentato per più di qualche giorno. Questo episodio per lungo tempo è diventato la favola della missione di Borodol!
Ringrazio di vero cuore Lucia per tutto l’interesse e la passione che ha mostrato per il lavoro della nostra gente. Siamo ancora agli inizi ed il lavoro da fare è ancora tanto a livello di organizzazione ed anche per migliorare la produzione. Ma la cosa più bella è proprio questa: il lavoro! che tante donne possano lavorare e possano essere anch’esse artefici di questo sviluppo, che è così lento a vedersi qui. Prima, qui a Borodol, nessuna donna sapeva cos’era un poesha (poesha = centesimo della taka). Ora tra quelle che lavorano al Centro del Cucito e quelle che producono il madur (stuoie) sono in tutto un centinaio e possono rappresentare una forza d’urto notevole in questo ambiente tanto depresso a tutti livelli. Cerco d’inculcare loro il senso del risparmio, che è quasi completamente assente, perché non hanno nesuna preoccupazione per il futuro. Se oggi hanno in mano qualche taka, la consumano fino all’ultimo poesha e poi domani Dio provvederà! Per questo sia tra le donne del Centro del Cucito come tra quelle che lavorano alle stuoie abbiamo creato due casse di risparmio (shomobae shomity). Ogni donna, quando al termine della settimana consegna il suo lavoro e riceve la sua paga, dà in deposito due taka.
I problemi naturalmente qui sono enormi e spesso ci si sente impotenti: come si può arrivare da soli a tutto? L’assistenza sanitaria è praticamente nulla; la mancanza di igiene è assoluta e quando capita che uno si ammali, per la famiglia è assolutamente impossibile affrontare le spese del medico e delle medicine. Dimenticavo di dirvi che da poco più di un mese mi è stata data in dotazione una moto giapponese Honda 50, che mi permette di raggiungere i villaggi con maggiore facilità, almeno durante la stagione asciutta, poi, con l’arrivo della tagione delle piogge, bisogna affidarsi di nuovo alla barca, perchè i sentieri diventano impraticabili. La moto è leggera e si carica facilmente sulla barca per l’attraversamento dei fiumi. Finisco qui, ringraziandovi ancora una volta di tutto. Pregate per me. Vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.

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BORODOL, 13.02.1980
Carissimi,
Ieri ho spedito qui da Khulna un pacco con alcuni lavoretti del nostro centro del cucito. Si tratta di 10 tappetini quadrati e 5 rettangolari. Questi ultimi sono chiamati “preghiera” (namaj in bengalese) e sono adoperati dai Musulmani quando fanno la loro preghiera. Li stendono a terra in direzione della Mecca e vi fanno le loro prostrazioni. I tappetini quadrati a noi vengono a costare intorno alle 10 mila lire, spedizione compresa. Il costo del tappetino “Preghiera” invece è di 5 mila lire. Il ricamo, come potrete vedere, è fatto su stoffa di sacco e, naturalmente, è un lavoro di pazienza e richiede molto tempo. Se tra gli amici riuscite a venderne qualcuno, potrete darci una mano nel portare avanti il Centro del Cucito. Abbiamo già avuto la prima grande vendita negli Stati Uniti per 400 dollari e abbiamo avuto già un’altra richiesta. Ma, se vi è di grave incomodo, lasciate stare e non c’è da preoccuparsi.
Non vi ho ancora raccontato come ha avuto origine il Centro del Cucito, dove attualmente lavorano 2 sarti e 40 donne, All’inizio dell’anno scorso sono andato a fare visita a Nuton Burya, un villaggio che si trova ad un km. di distanza da Borodol ed è anche il villaggio del mio cuoco Subol Makahal, di cui vi ho già parlato. Andando di casa in casa, ho sostato proprio dinanzi alla casetta di Subol. La figlia, Bharoti, seduta in veranda, stava ricamando (punto a croce) su un pezzo di stoffa di sacco. Le ho fatto alcune domande e le ho chiesto se altre ragazze sapevano ricamare come lei. La risposta è stata positiva. Tornato a casa la mia testa si è messa all’opera. C’era un gruppo di ragazze che sapeva ricamare. Occorreva provvedere stoffa di sacco e filo di lana.
La coltivazione dela iuta è largamente diffusa in Bangladesh ed è una delle principali risorse del paese. Viene lavorata nei mulini di iuta, chiamati in inglese jute mill. Soprattutto la città di khulna pullula di jute mill. La stoffa di sacco ha un suo nome tecnico e si chiama Hessian cloth e in lingua bengalese Chot. La prima cosa da fare era quella di prendere contatto con i luoghi dove viene prodotto il chot. Ho fatto quindi il giro dei jute mill di Khulna. E’ stata un’esperienza unica. Quasi tutti risalgono all’epoca dell’Impero Britannico ed occupano un’aria immensa, con macchinari che mi hanno lasciato sbalordito ed un gran numero di operai. La stoffa viene prodotta in rotoli enormi dalla larghezza di 5 metri e lunghazza di 400 metri. Ho contrattato uno di questi rotoli. Trasportarlo fino a Borodol è stata un’impresa. Caricato su un carro trainato a mano è stato portato fino al ghat (luogo d’imbarco) e caricato sul battello. Son salito anch’io e siam partiti alla volta di Borodol. Se era stata un’impresa caricarlo, scaricarlo sul molo mi ha fatto rizzare i capelli sulla testa: temevo che il rotolo mi andasse a finire nelle acque del Kopotokko! Ma i Bengalesi sono meravigliosi e arrivano là dove a noi sembra impossibile arrivare. Così il rotolo arriva sano e salvo alla missione.
Il chot dunque c’è. Adesso bisogna procurare il filo di lana. Mi reco al mercato centrale (boro bazar) di Khulna. Girando riesco a pescare il luogo dove si vende il filo di lana: un gran numero di matasse di vario colore, ricavate sfilacciando vecchie maglie di lana. Riempio il mio sacco e via verso Borodol. La stoffa c’è e c’è anche il filo di lana. Cosa manca? Mancano dei modelli a cui ispirarsi. Questa volta bisogna arrivare fino a Dhaka, la capitale, dove ho saputo che c’è una organizzazione dal nome AARONG, specializzata in handicrafts (lavori a mano). Mi reco nel negozio AARONG a Dhaka e scelgo alcuni esemplari: borse, “preghiera”, tappetini vari e li porto con me a Borodol. Adesso c’è quasi tutto, ma occorre anche qualcosa di originale. Noi siamo vicino alla giungla del Bengala, dove regna sovrana la tigre con tanti altri tipi di animali. Occorre qualcuna o qualcuna che sappia disegnare e riprodurre il disegno sul chot. Scopro così anche l’artista, che è Chaya, la moglie di Niranjon, direttore della nostra scuola. Lei disegna e prepara i modelli e le altre donne eseguiranno il lavoro. Così il Centro, specializzato in Hessina Embroidery (ricami in stoffa di sacco), può partire e man mano troveremo il modo di organizzarci meglio.
Per sommi capi vi ho raccontato la vicenda del Centro del Cucito, che ha come protagonista il chot, un tessuto ruvido e disprezzato dai Bengalesi: alle volte si vede in giro gente uscita di testa (in bengalese queste persone le chiamano: pagol) rivestita di stoffa di sacco. Per il Chot, a cui nessuno dà valore, è stato coniato un aneddoto proverbiale che in bengalese dice: “Borodole chot manush hoe gheche, che significa: a Borodol il chot ha guadagnato dignità umana”!
Scusatemi se mi sono diffuso nella descrizione di questa attività che a me sta tanto a cuore e che considero altamente evangelica perché va incontro ai poveri: “Quello che avrete fatto ad uno solo di questi piccoli, lo avrete fatto a me”. Un grande saluto allora ed una preghiera per me. Vostro Antonio.


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BORODOL, 24.01.1980
Carissimi,
Torno a farmi vivo dopo tanto tempo e questa è anche la mia prima lettera del 1980 e ne approfitto perciò per progervi gli auguri miei più sinceri. Per Natale avevo ricevuto la vostra lettera con gli auguri. Due giorni fa è rientrato in Bangladesh P. Enzo Falcone, il quale mi ha detto che si è incontrato con voi e mi ha portato anche le 100 mila lire che gli avete dato per me. Io vi ringrazio di tutto e prego il Signore che vi benedica e ricambi la vostra generosità. Nello stesso tempo voglio pregarvi di non sottoporvi a tanti sacrifici per me, perché, grazie a Dio, non mi manca nulla. Fra qualche giorno dovrebbe rientrare in Bangladesh anche il nostro superiore, P. Sebastiano Tedesco, che ha fatto visita a mio fratello Giovanni.
E’ passato anche il mio terzo Natale in Bangladesh. Quest’anno poi, grazie al generatore portato da P. Serafino, la notte di Natale abbiamo potuto proiettare anche un film, “La vita di Gesù” di Zeffirelli ed è stato, come potete immaginare, un avvenimento senza predenti. Per l’occasione c’erano con me altri due padri, che mi hanno dato una mano per la celebrazione del Natale negli altri villaggi. Dpo la messa di mezzanotte, sono rimasto in piedi tutta la notte e mi sono unito alla mia gente cantando il kirton (danza e canto) e andando di casa in casa per annunciare la gioia della nascita di Gesù. E’ anche questa un’esperienza unica e interessante, che aiuta ad entrare nell’animo della nostra gente.
Qualche giorno fa mi sono recato a piedi a Lokhikola, un villaggio che si trova ad un’ora e mezza di strada da Borodol: non vi ero mai stato. Più volte, i capi del villaggio erano venuti ad invitarmi, ma non avevo mai trovato tempo per andarvi. E’ un villaggio piccolo con una ventina di famiglie ed un totale di un centinaio di persone. Da 10 anni più nessun padre vi si era fatto vivo e mi hanno perciò accolto con grande entusiasmo. Mi hanno subito accompagnato nella chiesetta in terra battuta con copertura di paglia di riso, che loro stessi si sono costruita. Io ho intonato qualche preghiera e, con grande sorpresa, ho notato che hanno continuato per conto loro, dimostrando di ricordare quello che avevano imparato tanti anni prima. La loro condizione è veramente miserevole: niente scuola per i bambini, niente terra, niente lavoro! Ho promesso che tornerò presto fra loro e, insieme, cominceremo a fare qualcosa.
Rinnovo i miei auguri per un anno felice e prospero; mi affido ancora una volta alle vostre preghiere e vi saluto cordialmente. Vostro Antonio.
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BORODOL, 28.01.1979
Carissimi,
Ho ricevuto prima i vostri auguri di Natale e poi i due pacchetti arrivati in buono stato, salvo il salame rosicchiato da qualche topo (non musulmano!). E ora rispondo io ringraziandovi di tutto cuore per l’affetto che cercate di dimostrarmi in tanti modi. Non ricordo esattamente cosa vi raccontavo l’ultima volta o a qual punto ero arrivato. Non so se vi avevo parlato di P. Serafino, che era venuto a stare con me a Borodol. Poco più di un anno fa egli era tornato in Italia per essere operato di cancro: quasi otto ore di operazione! All’inizio di dicembre ha voluto tornare in Bangladesh e precisamente a Borodol, dove egli aveva iniziato dal nulla, o quasi, la missione. Egli era consapevole che non gli restava molto da vivere e, nonostante ciò, ha voluto tornare “per morire tra la sua gente”, come lui dice. Forse vi ho parlato del trionfo e della gioia con cui i nostri Cristiani lo hanno accolto. Il Padre si è fermato qui alcune settimane e, precisamente, fino alla notte di Natale. Proprio dopo la messa di mezzanotte, è crollato di nuovo e lo abbiamo dovuto trasportare di urgenza al nostro ospedale di Jessore: il suo male ha ripreso di nuovo ed ora, salvo un intevento di Dio, aspettiamo l’epilogo. La nostra gente continua a pregare per lui, che considera come uno di loro e che vuole che sia sepolto in mezzo a loro, come un seme, da cui spunterà la pianta robusta della Chiesa di Borodol.
Aspetterò un’altra occasione per dirvi di più: per ora accontentatevi ed unitevi alla nostra preghiera. In questo periodo si sono accumulate tante lettere che attendono una risposta. Non dimenticatemi al Signore. Vostro Antonio.

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BORODOL, 09.12.1978
Ho ricevuto qualche giorno fa la vostra lettera e ho appreso con piacere che state tutti bene. Adesso io non solo più solo. Qualche giorno fa infatti è tornato dall’Italia P. Serafino Dalla Vecchia, che ha subito un’operazione allo stomaco (si tratta effettivamente di cancro) e Dio solo sa fino a quando sopravviverà. Ha soltanto 52 anni e potrebbe fare ancora tanto bene tra questi nostri Muci. Il padre ha voluto tornare qui per morire tra la sua gente (come continua a ripetere), per la quale ha speso metà della sua vita. Egli può considerarsi il fondatore della missione di Borodol, anche se i Gesuiti da Calcutta erano già arrivati qui nel 1937. Tornando a Borodol ha ricevuto un’accoglienza trionfale. Siamo andati a prelevarlo a Satkhira con tanto di banda, costituita naturalmente dai nostri Muci. Proprio durante la traversata del fiume (eravamo tutti su un piccolo battello) è successo un episodio significativo che può farvi capire il disprezzo che hanno gli altri per i nostri Muci. I nostri bandisti avevano eseguito un pezzo sul pontile del battello, dove i Musulmani salgono per fare la loro preghiera (il namaj). Poco dopo è arrivato un tizio che ha fatto scendere i nostri. Poi un mozzo ha lavato con acqua il posto dove essi erano seduti. Sul momento io non avevo capito, poi P. Serafino all’orecchio mi dice: “Vedi? Lavano perché il posto è divenuto impuro per la presenza dei Muci”. Mi sono sentito ribollire il sangue e se lo avessi saputo prima certamente non sarei rimasto a boccha chiusa.
Ho incontrato a Khulna fratel Giuseppe Masolo, che mi portato dall’Italia l’orologio da voi comprato. E’ stato un regalo veramente assai gradito. Ho potuto così restituire l’orologio che un padre mi aveva dato nel frattempo. Qualche settimana fa mi è capitato un piccolo incidente all’occhio sinistro. Stavo riparando la pompa dell’acqua, quando una piccola scheggia mi è schizzata nell’occhio. Ho atteso un paio di giorni nella speranza che venisse fuori. Poi mi son deciso ad andare a Jessore, dove c’è il nostro ospedale. C’è voluto un piccolo intervento chirurgico. Il dottor Bucari è riuscito a tiramela fuori. Ho tenuto l’occhio bendato per una diecina di giorni. Adesso sembra tornato normale.
Qui il nostro lavoro, con l’aiuto di Dio, procede abbastanza bene. Specialmente il lavoro delle stuoie sta avendo un largo successo. Come vi scrivevo in altra occasione, Borodol è il mercato nazionale delle stuoie chiamate in bengalese madur. Ogni domenica vengono i bepari (commercianti) a farne provvista. Le caricano su grossi barconi e le portano nelle più svariate direzioni. Il madur (stuoia) è intessuto con un tipo di giungo, chiamato in bengalese mele, che si trova in grande abbondanza nella giungla. Praticano questo mestiere gli Hindu. Quando la prima volta vidi quell’immenso cumulo di stuoie nel bazar di Borodol, mi chiesi: “Perché la nostra gente non può fare questo tipo di lavoro?” Invitai un Hindu del mestiere, un mistri del madur, alla missione perché insegnasse il lavoro alla nostra gente. Occorre un telaio molto rudimentale, che viene fissato nel terreno su 4 pioli, legati da due sbarre di legno, l’una a capo, l’altra a piedi, da cui partono i fili su cui scorre la spola (behu) che congiunge i giunghi (mele) a formare la stuoia (madur). Queste stuoie hanno ovviamente delle dimensioni standard, che si misurano a braccio (in bengalese: hat) e ce ne sono quindi di piccole e di grandi. Nella prima settimana sette famiglie (marito e moglie) son venute alla missione ad imparare il mestiere. Nel giro di poco più di un mese una cinquantina di famiglie hanno imparato a intessere stuoie. A loro è stato dato un telaio, che hanno installato nelle loro capanne o nel cortile antistante. Inizialmente è stato dato anche uno stock di mele comprato al bazar. Così è partita questa piccola industria delle stuoie.
Anche per il centro del cucito si è aperto uno spiraglio: abbiamo ordinazioni da Dhaka, la capitale. Non appena mi sarà possibile vi manderò qualche esemplare dei lavoretti che stanno facendo le nostre donne. Bisogna cominciare a pensare a qualche altra iniziativa per i ragazzi, che, finita la scuola, non hanno nessuna prospettiva di lavoro. Ho in mente una falegnameria ed un’officina meccanica. A Satkhira questo è già stato realizzato. Se i padri di là mi danno una mano, forse riusciremo anche qui. Vi comunico intanto che forse per Natale avremo anche la corrente. Padre Serafino infatti ha portato un piccolo generatore e fra qualche giorno inizieremo i lavori per l’installazione: ogni giorno potremo avviarlo solo per un paio di ore. Va a benzina, che qui non si trova e bisogna portarla da Khulna. Finisco qui perché lo spazio,che è sempre più limitato e le cose da dire tante! Il Natale è alle porte e ve lo auguro colmo di gioia. Vostro Antonio.




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BORODOL, 17.09.1978
Carissimi,
Mi ha fatto molto piacere ricevere vostre notizie in un momento in cui sembrava che tutti si fossero dimenticati di me. I tanti amici dove sono andati a finire? Meno male che c’è un Amico, il quale non viene mai meno e sul quale ho riposto tutta la mia fiducia, essendo Lui l’unico garante e testimone della mia vita. Sono ancora mezzo stordito dai festeggiamenti che ho ricevuto ieri in occasione del mio 39° compleanno: banda, collane di fiori, teatro e tutto si è svolto al chiarore di questa luna tropicale (ieri c’è stata luna piena, in bengalese: PURNIMA), che qui svolge ancora la sua funzione primordiale. E’ la prima volta che mi capita di celebrare il mio compleanno con tanta solennità. Mi hanno regalato una pecorella ed un bastone, il cui significato non ha bisogno di spiegazioni. Questa mattina abbiamo venduto al bazar la pecorella e abbiamo realizzato qualcosa come 5 mila lire, che vanno ad aumentare il deposito dei ragazzi della scuola. Ogni settimana depositano presso di me ciascuno l’equivalente di 20 lire ed un pugnetto di riso. Queste cose forse vi faranno ridere, ma qui è di capitale importanza abituare al risparmio e a pensare al domani.
Ho cominciato a guardarmi attorno e a organizzare il lavoro anche negli altri villaggi: ce ne sono almeno dieci che dipendono da Borodol nel raggio di 20/30 km. Anche qui la situazione è tornata in uno stato di completo abbandono. Per ogni villaggio dovrò incaricare qualcuno per la scuola e l’istruzione religiosa. Giovedì scorso mi sono recato in uno di questi villaggi, GOROIKHALI, il più lontano dalla missione. Naturalmente l’unico mezzo è la barca (nouka). Prima di partire bisogna calcolare bene l’andamento della marea. Ma, per quanto si faccia, non si indovina mai, perché qui è tutto un intrecciarsi di fiumi, per cui capita che si parte con la corrente favorevole e dopo un po’ ls si ritrova contro, perché bisogna seguire il corso di un altro fiume. Dunque più di 6 ore di barca. Partito da Borodol alle sette e trenta sono arrivato a Goroikhali verso l’una. Appena arrivato, mi sono recato a quella che era la vecchia chiesetta, ma l’ho trovata in uno stato di abbandono tale da far piangere il cuore: ridotta ad una stalla, galline (con il resto) su quello che una volta era l’altare. Uscito di chiesa, ho fatto un giro per il villaggio con tutta la gente che mi veniva dietro. Finito il giro, sono ritornato nella chiesetta e qui fulmini e saette: “Ho visto le vostre capanne, tutte ben pulite e in ordine; vedete la casa di Dio in quale stato si trova? Io non posso restare neppure un minuto in mezzo a quei cristiani per iquali Dio non ha nessun valore”. Detto questo, mi sono avviato verso il fiume per riprendere la barca con la quale ero arrivato. Tutta la gente, a cominciare dai capi-villaggio a supplicarmi perché restassi, perché sentissi i loro problemi. Ma non c’è stato verso, sono rimasto irremovibile. Devono capire che faccio sul serio ed ho pensato che una simile lezione possa essere stimolante per loro. Prima di congedarmi, ho detto loro: “Non mi vedrete più nel vostro villaggio fintanto che non mi venite a dire: Padre, abbiamo riparato la nostra chiesetta!”
Così sono risalito in barca. Sulla via del ritorno, mi sono fermato in un altro villaggio, ALOMTOLA”, non prima però di 5 ore di barca e dopo e dopo aver affrontato anche una tempesta: in un giorno 11 ore di barca! Lascio immaginare a voi (se potete) in quale stato si trovassero le mie ossa. Ho fatto sosta in quest’altro villaggio, dove mi sono anche rifocillato un po’. Qui c’ero già stato un’altra volta e la situazione è migliore e la gente ben disposta. Tra l’altro si pagano per metà il loro catechista e maestro. Mi son intrattenuto una giornata intera, il tempo sufficiente per sentire i loro problemi. Hanno bisogno urgente di una pompa per l’acqua potabile. Lavorano (la maggior parte) il bambù: fanno stuoie, cestini, ecc., ma non hanno il capitale sufficiente per comprare una quantità di materiale che permetta loro di lavorare un po’ serenamente. Per la pompa dell’acqua, ho detto che se loro danno un quarto del costo, io sono disposto a dare il resto. Bisogna porsi su questa linea educativa, perché se non si suscita la loro cooperazione, il denaro che si dà, invece di aiutarli, li rende dipendenti e quindi non in grado di stare in piedi sulle proprie gambe. Per quel che riguarda la lavorazione del bambù, abbiamo dato vita ad una specie di cooperativa: devono lavorare insieme, questa è la mia idea fissa! Ho detto loro che nei prossimi tre mesi io mi impegno a comprare il materiale, ma loro devono lavorare insieme e insieme affrontare il mercato. Dopo questa spinta iniziale, loro dovranno darmi indietro il danaro, perché con quel danaro io possa aiutare altra gente, che si trova nelle loro stesse condizione.
Dovrei ora passare a parlare di Borodol, dove tante iniziative sono state messe insieme e altre sono in cantiere. Intanto posso annunziarvi che abbiamo organizzato la prima grande vendita di scarpe in grande stile: 100 paia tra scarpe e sandali! Si è approfittato di un grande mercato di 3 giorni ( in bengalese si chiama mela), che si tiene a Satkhira, per lanciare il prodotto della nostra calzoleria. Adesso, però, tutti siamo in attesa dei risultati: le nostre scarpe troveranno dei compratori? Da questo dipenderà un po’ tutto, ma certo non ci scoraggeremo facilmente.
Non preoccupatevi di me per quel che riguarda l’alluvione, che si è verificata un po’ più al nord rispetto alla zona dove si trova la missione di Borodol. Credo che ne abbiate abbastanza per questa volta e penso sia il momento di lasciarci. Sempre vicino a voi con la preghiera e un grande affetto. Antonio.
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BORODOL, 08.06.1978
Carissimi,
Questa è la prima lettera che vi scrivo dal mio nuovo campo di lavoro. Ho appena ricevuto la vostra lettera e sono molto contento delle notizie che mi date. Proprio ad alcuni metri dalla chiesa scorre un fiume maestoso, il KOPOTOKKO. La facciata della chiesa dà proprio sul fiume, che con l’alta marea arriva quasi dentro casa. Quando apro la porta centrale della chiesa, si presenta lo spettacolo delle barche, che incessantemente solcano il fiume. E’ proprio attraverso questo fiume che io sono arrivato dalla più vicina missione di Satkhira. P. Gabriele Spiga mi ha accompagnato in jeep fino al fiume (circa un’ora di strada), poi ho caricato la mia mercanzia su un barcone. Con me ci sono due bengalesi. Normalmente dal posto d’imbarco, BUDHATA, ci si impiega (così mi dicono) 3 ore per raggiungere Borodol. Ma questa volta ci vorranno ben 7 ore! Andiamo contro corrente (per via dell’acqua che risale dall’oceano) e un fortissimo vento è contro di noi. A tratti, con molta fatica, si riesce ad avanzare di un metro. Mi dò da fare anch’io e, in certi momenti, il mio apporto diventa indispensabile. Di ritorno dal Bangladesh sarò un bravo vogatore!
Come vi dicevo, a Borodol da circa 8 anni mancano i Padri, per cui la missione è ridotta in uno stato di abbandono. Finora sette o otto serpentelli sono saltati fuori, tutti assai velenosi naturalmente. Così ieri pulizia radicale e siamo riusciti a scoprire il nido di serpe che era proprio in casa. Adesso si può dormire tranquillamente. Vi dicevo che qui a Borodol, come del resto nella maggioranza dei villaggi bengalesi, manca l’elettricità e perciò si va con la lampada a petrolio. Con l’acqua è risolto il problema, perché sono riuscito a procurarmi un filtro; la salsedine comunque si sente ugualmente. Con me adesso abita un giovane Hindu. E’ scappato di casa perchè vuole farsi cristiano e i suoi naturalmente non vogliono. Sono già più di due anni che sta in questo cammino di approfondimento del mistero della fede. Per me è di aiuto incalcolabile soprattutto per capire la mentalità della gente. Con me approfondirà ulteriormente la sua conoscenza di Gesù in vista del battesimo. Intanto facciamo vita comune.
Appena arrivato a Borodol, ho trovato un bravo cristiano che si chiama Shubol Makhal. L’ho mandato nella nostra casa regionale a Khulna, perché impari a cucinare. A giorni dovrebbe essere di ritorno e così metteremo cucina per conto nostro. Nel frattempo mangiamo presso una famiglia cristiana: riso mezzogiorno e sera e…, naturalmente, si adoperano le mani, perché le posate qui sono praticamente sconosciute.
Borodol è un centro di circa 10 mila abitanti. Quando il Bangladesh faceva parte dell’India, Borodol era chiamata “piccola Calcutta”, perché era un centro commerciale di notevole importanza. Adesso invece tutto è finito. Quello che rimane è un grande mercato settimanale (BAZAR), che si svolge in Domenica e in quel giorno è quasi impossibile ttraversare il villaggio per la grande calca di gente. I Cristiani (circa 150 famiglie) vivono in un’aria separata, che si chiama para. Così a Borodol c’è la para Cristiana, quella Musulmana e quella Hindu, che è la più numerosa. I nostri vivono in un fazzoletto di terra, in una condizione di miseria veramente pietosa. Nella medesima capanna persone e bestie insieme. La prima operazione perciò a Borodol è stata un’operazione di pulizia. Sono andato di capanna in capanna e ho detto: “Vi dò tre giorni di tempo; se entro tale tempo non rendete la vostra para pulita come uno specchio, io me ne andrò e più nessun Padre verrà qui tra voi”. La lezione è stata recepita e tutti, a cominciare dai bambini, si son messi sotto a pulire. La mancanza di igiene è la fonte di tutte le malattie.
Adesso putroppo è vicina la stagione delle piogge, che comincerà verso la metà di questo mese e tutto il villaggio sarà sommerso nel fango e nell’acqua e quindi l’operazione si rivelerà inutile. Ma pian piano cercheremo di rendere questa vita un po’ più umana. Adesso sono costretto a finire. Vi dico che sono tanto felice e che la mia gioia è grande. Vi sono sempre vicino. Saluti a tutti e pregate per me. Vostro Antonio.
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Borishal, 02.04.1978
Carissimi,
Questa volta sono io ad essere in debito con voi: ho ricevuto l’una dopo l’altra le vostre due lettere e non ho avuto modo di rispondervi. Con questa lettera cumulativa spero di soddisfare un po’ tutti. Questa è anche l’ultima volta che vi scrivo da Borisal, perché, come sapete, il mio corso di bengalese finisce alla fine di aprile e allora sarà già un anno che mi trovo in Bangladesh. Se rispondete nella prima metà di aprile, potete indirizzare la posta ancora qui, altrimenti la indirizzate al seguente indirizzo:
G.P.O. BOX 59
BOYRA – KHULNA 9000 – BANGLADESH
Non posso ancora darvi l’indirizzo della missione a cui sarò assegnato, perché non so se c’è l’ufficio postale. Posso così finalmente dirvi il nome della missione che mi verrà assegnata. E’ la missione di BORODOL (in lingua bengalese significa “grande gruppo”). I Cristiani di questa missione provengono tutti da un gruppo di fuori-casta, designati qui col nome di MUCI, che sono di professione scuoiatoi di pelli, calzolai, lustrascarpe, ecc. Appartengono alla categoria degli intoccabili, i paria, da cui bisogna stare lontano per non essere contaminati. Di essi più di un migliaio sono diventati Cristiani. Ma da 7/8 anni ad essi non è stato più inviato alcun padre, perché tutti quelli che vi sono andati, dopo qualche anno, sono scappati via esasperati, perché non ce la facevano più. Una brutta fama dunque pesa su questa missione. Dicono anche che sono molto intelligenti. A riguardo c’è un proverbio bengalese che suona così: “Muci budhi, kuci kuci” , che in italiano si potrebbe trradurre un po’ parafrasando: la loro intelligenza è sottile come il punteruolo dei calzolai! Mi dicono, però, che adoperano la loro intelligenza nel modo sbagliato, io naturalmente a tutte queste cose non ho creduto ed ho chiesto che mi lascino la possibilità di tentare ancora.
In realtà le difficoltà ci sono. Innanzitutto dovrò restare da solo, mentre in tutte le altre missioni, si è in due o in tre padri e ci sono anche le suore. Il posto poi è praticamente isolato, perché è un’isola fluviale: dalla più vicina missione, che è Satkhira, ci sono due ore di strada (in macchina o in moto) e altre 4 ore di barca. Ci sono altre minori difficoltà: l’acqua è salata, perché siamo vicini all’oceano, da cui risale l’acqua durante l’alta marea, manca la corrente elettrica… Sono proprio tutte queste cose che mi hanno spinto ad accettare la missione di Borodol, perché così potrò impostare il mio lavoro come meglio credo. Naturalmente, all’inizio, bisognerà vedere, osservare, ascoltare, rendersi conto della situazione e poi ci si incomincia a muovere, non da solo, ma con la gente, perché la mia posizione non è quella di lavorare “per” loro, ma quella di lavorare “con” loro, perché siano essi i protagonisti del loro sviluppo. Se non si fa così, si va incontro ad un sicuro fallimento.
Dopo quello che vi ho detto, potete immaginare quanto sia grande la mia ansia di andare e di incominciare il mio lavoro. Intanto chiedo più che mai la vostra preghiera, perché il lavoro che sto per iniziare è superiore alle mie forze e, solo se il Signore mi è vicino con la sua forza, riuscirò forse a combinare qualcosa. Penso che d’ora in poi avrò sempre tante cose da raccontarvi. Nell’ultima lettera mi davate l’elenco di quello che era contenuto nel pacco postale: tutto è arrivato integro. Anche se il pacco è stato aperto, nulla è stato toccato. Questo è un paese musulmano e i musulmani non manciano carne di maiale, perciò i salami sono sempre al sicuro da loro! A risentirci allora da Borodol. Un grande abbraccio a tutti. Vostro Antonio.
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Borishal, 01.01.1978
Carissimi,
Di ritorno da Khulna, dove mi sono fermato una quindicina di giorni, ho trovato la vostra lettera e mi ha fatto grandissimo piacere sentire ancora una volta da voi. Sono contento che vi sia piaciuta la borsa in juta che vi avevo spedito alcuni mesi fa. Molti di questi lavoretti cerchiamo di esportarli anche all’estero in maniera che quelli che vi lavorano possano guadagnarsi da vivere. Come vi dicevo, sono stato una quindicina di giorni a Khulna, dove ho trascorso il mio primo Natale in terra di missione.
Da Khulna mi sono recato in quella che con tutta probabilità sarà la mia prossima missione e cioè SHELABUNIA, che, come vi dicevo l’ultima volta, si trova ai margini della giungla. Il 23 dicembre, dopo 5 ore di vaporetto, sono giunto alla missione, dove c’erano altri 3 padri, che mi hanno accolto con festa. Dal centro della missione dipendono una diecina di villacci e così ci siamo divisi il lavoro. A me toccano due villaggi: uno si trova ad un’ora di cammino da Shelabunia, l’altro si trova al di là del grande fiume ed occorre un’ora di traversata in barca per raggiungerlo.
Così la vigilia di Natale, accompagnato da una suora bengalese e da qualche ragazzo, verso le 3 del pomeriggio, a piedi, raggiungo il villaggio, che si chiama CILLA. C’è una chiesetta in mattoni tutta bella addobbata con gusto bengalese. Nell’ampia spianata che c’è dinanzi alla chiesetta è stato allestito un rudimentale palcoscenico, dove, come mi dicono, ci sarà una sacra rappresentazione. C’è già gente in chiesa venuta per confessarsi e così io mi siedo al confessionale per ascoltare per la prima volta le confessioni in lingua bengalese. Non è che capisca un gran che, ma non sono io a perdonare, è il Signore che si serve di me per distribuire la sua grazia anche ai poveri bengalesi.
Verso le 6 il catechista (molto bravo, sarà lui a fare la predica al mio posto) mi chiama per la cena. Non è il “cenone” della vigilia di Natale, ma il solito riso con quelle spezie piccanti che fanno bere e ribere. Ad accompagnare la mia cena c’è il miglior vino che io abbia mai provato: l’acqua del pukur. Il pukur è una specie di laghetto che raccoglie l’acqua piovana; in Bangladesh, si trova dovunque c’è un raggruppamento di capanne. Ci si fa il bagno: per il bengalese il bagno giornaliero è come una cerimonia rituale; ci si fa il bucato, ci si abbevera il bestiame e serve naturalmente anche per cucinare e per bere. Non acqua corrente, ma stagnante. E’ da questa mancanza di igiene che hanno origine molte delle malattie che si trovano in questa terra. Ma io, finora, posso ritenermi fortunato, perché mi è andata sempre bene, grazie a Dio.
Quando si va nei villaggi, non si può fare a meno dal mangiare e dal bere quello che la gente con tanto amore ha preparato: sarebbe grave offesa rifiutare o mostrare di non gradire. Quando siamo nelle nostre sedi, si beve sempre acqua filtrata o bollita. Finita la cena, mi porto anch’io verso l’ampia spianata, dove ci sarà lo spettacolo. La gente è accoccolata, l’uno accanto all’altro; gli uomini da una parte, le donne dall’altra.C’è una temperatura tiepida dai 15° ai 10° gradi, ma loro sentono molto freddo. Ci sono Cristiani, Hindu e Musulmani fraternamente raccolti insieme per commemorare la nascita del Salvatore. Ci saranno state in tutto un duemila persone. La poltrona comune era rappresentata dal terreno, da cui era stato appena raccolto il riso. Lo spettacolo dura più di tre ore, poi gli Hindu e i Musulmani ritornano ale loro capanne e i Cristiani si portano in chiesa.
Verso le 10.30 ha inizio la S. Messa. I Cristiani manifestano la loro gioia con i canti, che, accompagnati dal rullo dei tamburi, si diffondono nella immensità di questo cielo tropicale, rischiarato dal chiarore lunare. La mia commozione è grande: guardo quei volti , solcati dai segni della fame, ma così semplici e sereni. E’ la prima volta che dico la messa in bengalese. Penso a tutti voi ed il cuore mi si riempie di gioia. Ai due lati dell’altare ci sono due lampade a petrolio, ma la luce che c’è nei cuori è mille volte più grande dello sfarzo delle luci al neon delle nostre chiese.
Terminata la messa, la gente non è ancora sazia di manifestare la propria gioia; e così un gruppo di uomini, giovani e ragazzi decidono di andare di villaggio in villaggio cantando la gioia del Natale. Invitano anche me ad andare con loro ed io dico che ci andrò l’anno prossimo. Vado così a letto, felice. Beh, non c’è la retemetallica, non c’è il materasso e non ci sono neppure le lenzuola; c’è solo un tavolato, ma io ci dormo il sonno più bello dellamia vita.
Il giorno dopo, la messa è fissata alle otto, ma si sa il valore che ha qui il tempo in Bangladesh e perciò, come se nulla fose, si incomincia alle nove. Tra l’altro alle 8 fa ancora freschino in questa stagione e perciò la gente stenta ad uscire dal calduccio delle loro capanne. Bisogna proprio che abbrevi, altrimenti non si finisce più. Insomma alle 11 circa lascio Cilla e mi affido alla barca per la traversata: circa un’ora. Si scende con la bassa marea e perciò si raggiunge la riva piantando i piedi nel fango. A CIUNGURI (è il nome del villaggio) la gente aspetta da due ore nella piccola chiesetta di bambù, che fa anche da scuola. Qui si vede chiaramente che la gente è ancora più povera, ma cantano con tutta l’energia che c’è nei loro corpi smunti. Anzi alla fine della messa, per rendere ancor più manifesta la loro gioia, si mettono anche a danzare.
Questo è il mio primo Natale in Bangladesh. Altri particolari sono rimasti nella penna, ma come si fa a dire tutto, i fogli si riempiono così subito! Spero che anche voi abbiate passato un Natale sereno e pieno di gioia. Vi porto nempre con me nel mio affetto e nella mia preghiera. BUON ANNO! Antonio
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Borishal, 10 luglio 1977
Carissimi,
Purtroppo le mie risposte non possono essere così puntuali come vorrei, perché la gente verso cui sono in debito di scrivere è tanta ed il tempo che ho a mia disposizione è molto limitato. Mentre vi scrivo sta piovendo; la stagione delle piogge è cominciata circa 30 giorni fa con alcuni giorni di anticipo, pregiudicando la semina del riso. Per 20 giorni ha piovuto ininterromente: una cosa incredibile! Tutti dicevano: “Se continua così, tutto il Bangladesh andrà sotto acqua”. Fortunatamente ha smesso per qualche giorno ed ora ha ripreso , ma ad intermittenza; la stagione delle piogge però si estende fino a tutto ottobre, per cui l’alluvione qui è sempre una cosa possibile. La stagione delle piogge in Bangladesh è anche la stagione della fame. Qui la stragande maggioranza della gente vive alla giornata, per cui, se c’è buon tempo, va a lavorare nei campi e si guadagna quel poco per vivere, dato che l’agricoltura è l’unica risorsa del paese.
Appena arrivano le piogge, la gente incomincia a stringere la cinghia e, quando si cammina per le strade, nel volto della gente si legge la fame. Purtroppo io non ancora posso fare niente e sono ancora inchiodato alla sedia per lo studio della lingua, ma non vedo l’ora di trovarmi in mezzo a questa gente e condividere la loro sofferenza. Due cose ti impressionano quando arrivi in Bangladesh: la moltitudine della gente con la loro miseria e l’acqua, acqua e gente dappertutto. Recentemente jn una lettera a mio fratello Giovanni raccontavo il mio viaggio da Khulna e Borishal. Una volta al mese io ritorno a Khulna per partecipare all’incontro comunitario con i padri in cui discutiamo i nostri problemi. In linea d’area la distanza tra Khulna e Borishal non supera i cento km., ma non ci sono strade dirette, perché c’è una infinità di fiumi. Così la strada si allunga enormenente e i 100 km. sono più che raddoppiati. La prima volta da Khulna venni a Borishal via fiume e impiegai più di 18 ore. Alla fine di giugno sono tornato a Khulna in corriera ed ho impiegato 11 ore.
Per rendervi l’idea di una corriera bengalese ci vorrebbe un film a parte. Dentro, stretti come sardelle ed una temperatura tropicale; nel mio sedile eravamo seduti in tre ed io non potevo muovermi né avanti né indietro, né a destra né a sinistra. I finestrini, naturalmente, senza vetri e l’acqua entrava da tutte le parti. Gente sopra il tetto della corriera e gente aggrappata ai finestrini. La prima volta che vidi una corriesa bengalese mi chiesi se avrei mai avuto il coraggio di salirvi sopra, ora invece sta diventanto anche la mia realtà. Per andare fino a Khulna bisogna attraversare 5 grossi fiumi, che sono naturalmente senza ponti e si viene perciò traghettati da una sponda all’altra su grossi zatteroni. Pongo fine a questa puntata, che sembra una storia d’altri tempi ed è invece la realtà di tutti i giorni. Nessuna preoccupazione per me: non sono mai stato tanto bene e soprattutto tanto felice. Pregate per me. Un forte abbraccio. Antonio.
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Borishal, 06.11.1977
Carissimi,
E’ probabile che mentre aspetto vostre notizie, anche voi aspettate le mie e così nessuno dei due scrive. Perciò questa mattina mi son deciso a prendere in mano la penna. E’ passato molto tempo e intanto sono accaduti avvenimenti molto importanti, il principale dei quali è stato il ,matrimonio di mio fratello Giovanni con Silvana. Mio padre mi scriveva dicendomi che era rimasto molto contento e che è stata una occasione per incontrare ancora una volta tutti i parenti.
Qui, finita la stagione delle piogge, il tempo si è fatto molto bello, anche se di tanto in tanto scoppiano dei violenti temporali. La situazione politica è sempre molto critica. Non so se fin lì è arrivata qualche notizia, ma nel periodo in cui c’è stato il dirottamento dell’aereo giapponese, in Bangladesh c’è stato il tentativo di un colpo di stato. Tutti gli ufficiali dell’aviazione militare furono uccisi e, per qualche ora, i ribelli si impadronirono della stazione radio. Poi i governativi presero il sopravvento. Probabilmente il tentativo veniva da parte di coloro che seguono una politica filo-russa e filo indiana, mentre l’attuale governo segue una politica filo-cinese e filo-occidentale. Ma è molto difficile capirci dentro qualcosa. Nel frattempo molte condanne a morte sono state eseguite. Sembra, però, che ci saranno ancora altri tentativi per rovesciare il governo. Intanto continua ad essere in vigore la legge marziale: sono proibite le pubbliche adunanze e i processi si svolgono per direttissima dinanzi alla corte marziale. Ogni volta poi che ci si sposta da un posto all’altro bisogna avvisare la locale polizia. Speriamo tanto che il Bangladesh possa venire fuori bene dall’attuale crisi politica, perché già la condizione del paese è così miserabile che, se vi si aggiunge anche questa continua incertezza politica, si continuerà certamente a peggiorare.
Come già ho avuto occasione di dirvi, il mio corso di bengalese durerà fino alla fine di aprile e poi… allo sbaraglio! Molto probabilmente mi verrà assegnata una missione che si trova ai margini della jungla. Alla fine di ottobre sono andato a farvi un giro di ispezione: non ci sono strade e gli unici mezzi di trasporto sono le barche. Il posto mi piace tanto: ci sono 3 mila cristiani sparsi in una diecina di villaggi, ognuno dei quali ha la sua chiesetta, che serve anche da scuola. Ora spero soltanto che questi mesi passino in fretta, anche se quello che sto facendo è importantissimo, perché senza la conoscenza della lingua non si può far niente. Spero di ricevere presto vostre notizie. Intanto vi raccomando al Signore nella mia preghiera e vi abbraccio tutti. Vostro Antonio.
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Khulna, 29 maggio 1977
Carissimi parenti ed amici,
Spero vi siano arrivate le due cartoline spedite una da Mosca e l’altra dal Bangladesh. E’ già passato più di un mese da che mi trovo immerso in questa nuova realtà e non ancora mi rendo perfettamente conto se è un sogno quello che sto vivendo. Prima di prendere in mano la penna ho voluto lasciare passare un po’ di tempo, perché non si sa esattamente da dove incominciare. Vi scrivo alla vigilia della mia partenza per Borisal, dove mi fermerò per circa un anno per imparare la lingua.
Durante questo periodo ho approfittato per fare una visita a tutte le nostre missioni ed avere una prima visione della situazione, in cui poi dovrò lavorare. Sono perciò passato anche in mezzo alle peripezie che fanno parte della nostra vita quaggiuù e sono come il pane quotidiano dei missionari. Come sapete, le strade qui mancano quasi del tutto e ci si muove quasi esclusivamente attraverso le vie fluviali con barche e battelli, quasi sempre carichi all’inverosimile.
Sarebbe troppo lungo narrarvi tutte le piccole avventure e quasi impossibile riferirvi l’enormità dei problemi di questo popolo. Vi basti pensare che per raggiungere un villaggio che si trova a circa 50 km. da Khulna ho impiegato circa 6 ore di battello, che andava zigzagando nel fiume per raggiungere i villaggi, posti lungo le due sponde. Qui, data la vicinanza dell’oceano, l’alta marea risale fino a 200 km. all’interno lungo il corso dei fiumi perché il suolo è tutto piatto. E il fenomeno dell’alta e bassa marea si ripete ogni 6 ore. Può accadere perciò che ci si mette in barca con l’alta marea e si arriva a destinaione con la bassa marea; poi per raggiungere la sponda del fiume bisogna affondare i piedi nella melma, perché l’acqua si è ritirata e non consente alla barca di accostarsi alla riva. Alle volte ci si mette in macchina o in moto e improvvisamente ci si trova sbarrata la strada da un fiume, naturalmente, senza ponti. Allora, se si è in moto, la si carica sulla piccola barca-traghetto e si passa all’altra sponda; se invece si è in macchina e non c’è il ferry-boat (nave-traghetto), si lascia la macchina in qualche posto e si continua con altri mezzi di fortuna. Capita anche che non si trova neppure una barca e allora si passa il fiume a guado come già mi è capitato.
In tale situazione voi capite bene che scarpe e calze non servono a nulla. Si va sempre con i sandali ai piedi che sono più pratici. Naturalmente qui la quasi totalità della gente va scalza. Mi è già capitato di farmi rimorchiare in moto. Guidava comunque un altro padre, perché io non mi azzardo ancora. Qui le strade sono sempre una marea di gente, che spunta fuori da tutti i buchi e bisogna avere molto più accortezza che in Italia nel guidare. A quasi 15 km. da Jessore abbiamo bucato e non avevamo con noi gli attrezzi per riparare la ruota. Eravamo nel pieno mezzogiorno con un sole che spaccava il cervello. Finalmente passa un camion e ci lasciamo caricare con la moto per raggiungere Jessore. La visita ai villaggi poi è stata una cosa estremamente interessante e come il primo assaggio di quella che sarà poi la mia vita normale. Ho provato un po’ di utto: a mangiare con le mani senza posate, a bere un po’ tutti i loro intrugli e a dormire sulle stuoie. Mi diceva il padre che mi accompagnava in questo viaggio: “Se non prendi il colera in questi giorni, non lo prenderai più”! E’ stata come la prova di fuoco ed il mio fisico ha reagito meravigliosamente.
In ogni stazione missionaria ci sono in media tre padri e vi si svolge un’attività che lascia veramente sorpresi. La missione è un centro di studi, è un laboratorio, dispensario, scuola tecnica, azienda agricola, banca di deposito. Ma adesso dovrò partire e restare ancora un po’ lontano da questa realtà, perché lo studio della lingua mi assorbirà per circa un anno. Se non si conosce la lingua, si fa un buco nell’acqua. Soltanto negli uffici governativi s’incontra gente che conosce l’inglese, la gente comune parla solo bengalese. Ancora dunque un periodo di attesa, che certamente non mi peserà, perché questa realtà non potrà più sfuggirmi. Anche al clima mi sto adattando senza difficoltà, anche se sono capitato proprio nel periodo pù caldo: si gronda sempre di sudore e si è sempre bagnati.
Penso che per questa prima volta vi avrò annoiato abbastanza e perciò mi fermo, anche se tante sono le cose che premono sulla penna, in maniera particolare la condizione di assurda miseria che grava sulla quasi totalità di questo popolo. Spero che stiate tutti bene così come vi ho lasciati. Vi ricordo sempre e tutti e per ciascuno in particolare ho la mia preghiera. Vi abbraccio tutti caramente. Vostro Antonio.
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