LO ZAMPINO DEL DIAVOLO

I fatti che sto per racontare e che hanno minato alla base l’esistenza della missione di Borodol non hanno nessuna documentazione scritta. Quando essi sono accaduti, mi son guardato bene dal menzionarli nelle lettere per non allarmare parenti ed amici e non ero neppure nella condizione giusta per scrivere qualche pagina di diario. Essi forse sono noti a qualche confratello vicino alla mia età, ma certamente non in tutti dettagli. Ora con questa mia narrazione voglio farli riemergere, perché, pur essendo fatti dolorosi, in quanto frutto della furia scatenata del diavolo, sono parte integrante della storia della missione. Ovviamente, a distanza di quasi 40 anni, i particolari sono un po’ sfocati nella memoria, ma la sostanza è lì, depositata nel fondo del cuore e, a toccarla, provoca ancora una sensazione di dolore. E’ una ricostruzione soggettiva, perché rispecchia la mia visione delle cose. I fatti che proverò a raccontare sono due: il suicidio per avvelenamento del maestro Ojit Achari e i casi in corte contro la missione.

ATTO PRIMO: IL SUICIDIO PER AVVELENAMENTO DEL MAESTRO OJIT ACHARI

Per capire la dinamica che ha portato a questa tragica conclusione, bisogna partire un po’ da lontano. Nel 1981, durante il mio periodo di vacanze in Italia, P. Piero aveva affidato alle due ragazze, Veronica Shing e Nilima Mondol, già responsabili del Shelai Center (centro del cucito), la cura della casa dei padri: pulizia e bucato. Qualche volta il padre chiedeva loro di preparare anche qualcosa di diverso in cucina. Il fatto ha infastidito un po’ il nostro cuoco Subol Makhal, che si sentiva un po’ controllato nei suoi movimenti, ma ha sempre fatto buon viso a cattiva sorte: non si è mai lamentato della cosa dinanzi ai padri. Evidentemente dentro gli pruriva. Finché p. Piero è rimasto a Borodol, tutto è filato liscio. Anche P. Osvaldo era in pieno appoggio alle ragazze, che tra l’altro erano una sicurezza all’interno della missione soprattutto per la custodia degli alberi da frutta.

Improvvisamente la situazione scoppia. Si era nel mese di agosto del 1983. P. Piero era già partito da alcuni mesi ed io mi trovavo a Khulna nella casa regionale a sostituire in qualità di vice superiore P. Tedesco, andato in Italia per il suo turno di vacanze. A Borodol c’era P. Osvaldo in compagnia di P. Ampelio Gasparotto, che, in qualità di cancelliere diocesano, era andato a dare un’occhiata ai registri parrocchiali. La sua presenza a Borodol in quel particolare momento è stata davvero provvidenziale e di grande aiuto a P. Osvaldo. In quegli anni il telefono era ancora un sogno molto lontano e le notizie arrivavano se qualcuno le portava. Quel giorno del mese di agosto arriva da me a Boyra, nella casa regionale, il catechista Mothi Shing a portarmi la stravolgente notizia: il maestro Ojit Achari ha preso il veleno ed è morto. La polizia è arrivata a Borodol e tutti gli uomini, per la paura di essere presi, si sono dati alla fuga.

Chi era Ojit Achari? Vi ricordate dell’articolo di P. Silvano Garello: “Colloquio sotto le stelle”? Dietro di lui c’è tutta una storia. Appena arrivato a Borodol, lo avevo assunto per sei mesi come mio maestro di bangalese, perché non mi sentivo ancora pienamente sicuro nella lingua. In seguito gli avevo dato l’incarico di catechista ad Alomtola. Solo alcuni mesi dopo avevo dovuto tirarlo via per comportamento scorretto con la gente. Durante il mio periodo di vacanze in Italia, si era verificato lo scisma a Borodol e le 18 famiglie, estromesse da P. Piero perhé si erano rifiutate di accettare le condizioni per rimanere nella comunità cristiana, erano diventate protestanti e Ojit Achari era diventato il loro Palok (pastore). Una storia durata poco, perché la setta protestante, come li aveva presi in fretta, in fretta li aveva pure lasciati. Così l’Ojit, rimasto senza lavoro, era tornato di nuovo all’ovile.

Con l’inaugurazione della nuova scuola e l’aumento degli alunni e delle classi, gli avevo voluto dare ancora una opportunità per redimersi assumendolo come maestro. Questo il suo back ground come dicono gli inglesi. Ora torno alla scioccante notizia della sua tragica morte. Con il Mothi in sella alla moto, parto immediatamente alla volta di Borodol. Appena arrivato, ascolto in dettaglio la narrazione dei fatti. Cosa era successo? Erano scomparse e cioè erano state rubate 172 taka dalla raccolta delle offerte in chiesa: una somma irrisoria all’epoca, l’equivalente di due dollari. Ma il gesto agli occhi di tutti era sacrilego. P. Osvaldo se ne era accorto e aveva diffuso la notizia.

I matubbor (capi villaggio) non aspettavano altro per far valere la loro autorità: un’occasione d’oro per il bichar (giudizio popolare). Intanto l’Ojit, in qualità di maestro, aveva cominciato a fare l’inchiesta tra i ragazzi della scuola angariandoli e bacchettandoli anche. I matubbor, dal canto loro, si riuniscono e decidono di ricorrere al rutir porikkha (prova del pane) di tutti i dipendenti della missione. Ruti è il pane. In genere viene adoperato il chapati (una schiacciata di farina rosolata su padella infuocata). Risulterà colpevole chi non riuscirà ad ingoiare un pezzo di chapati. Se fossi stato presente, non avrei mai permesso un simile procedimento. Inizia dunque il processo. Sono invitati alla missione tutti i dipendenti: cuoco, maestri, catechista e le due ragazze. Tutti superano la prova, meno che l’Ojit.

Dinanzi agli occhi di tutti egli risulta colpevole. Pieno di vergogna, se ne torna a casa, dove matura la decisione di prendere il veleno per l’onta subita. Prima di prendere il veleno, scrive una lettera in cui dice che era stato il cuoco Subol Makhal a suggerirgli il gesto, in maniera che la colpa ricadesse sulle due raggazze, le quali sarebbero state finalmente allontanate dalla missione. Vero o falso il contenuto, la lettera era un documento, che, consegnato alla polizia, avrebbe avuto subito il suo effetto: la carcerazione di Subol Makhal. Questa lettera incriminatoria deve essere ancora sepolta in qualche cartella dell’archivio di Borodol. Venuto a conoscenza dei fatti, ho chiesto ai genitori dell’Ojit di farmi vedere la lettera. Me l’hanno consegnata subito. Ho poi chiamato il cuoco ed ho chiesto al catechista di leggergli la lettera, di cui, penso, sapesse già il contenuto. Vero o falso quello che era scritto nella lettera, il cuoco correva il grosso rischio di andare a finire in prigione. Gli ho quindi detto che non poteva più essere il cuoco della missione, perché tutti erano a conoscenza di quello che era scritto nella lettera. La decisione da me presa ha creato subito un clima di distensione nella comunità cristiana, soprattutto ha evitato che Subol Makhal andasse finire in prigione.

Non so nel mio caso come voi vi sarete comportati, ma in quella cirostanza mi sono sentito straordinariamente forte ed ho avvertita molto vicina la presenza del Signore. Questo è stato il primo vero assalto del diavolo all’insegna dell’invidia e della gelosia. L’intento era quello di creare divisione in seno alla comunità.

ATTO SECONDO: I CASI CONTRO LA MISSIONE

In data 03.04.1984 ecco quanto scrivevo in una mia lettera. Qui a Borodol abbiamo avuto due mesi di grande subbuglio, per cui mi è mancato il tempo materiale e, diciamo pure, la disposizione d’animo giusta per prendere in mano la penna. Lo scorso mese di febbraio la polizia è venuta di notte a Borodol ed entrando abusivamente nelle case ha rastrellato dieci dei nostri migliori cristiani, tra i quali anche il catechista Mothi Shing. Io mi trovavo a Khulna e la polizia ha approfittato della mia assenza per compiere il colpo. Il catechista, dopo aver pagato una cauzione di 2000 taka ( cauzione in bengalese è jamin. Si tratta in realtà di una bustarella, che in bengalese si chiama ghush e fa sempre miracoli), è stato rilasciato ed è venuto a Khulna a portarmi la notizia. Con lui mi son recato subito al posto di polizia di distretto per incontrare l’ispettore capo e raccontargli quello che era accaduto a Borodol. L’ispettore, in mia presenza, ha subito telefonato al posto di polizia di Assassuni ordinando all’O.C. (officer in charge) di rilasciare immediatamente i detenuti della missione.

Tutti sono tornati a casa, eccetto Jogodish Mondol, che è stato trasferito al carcere di Satkhira. Cosa dunque era successo? Uno dei nostri, sobillato dalla potente famiglia dei Sana ( Sana è il cognome), che finora ha sempre tentato di ostacolare il mio lavoro, ha inventato un falso caso contro i nostri dieci cristiani. La polizia, quando arriva a Borodol, sosta sempre presso questa famiglia, si consulta e poi agisce secondo quello che viene suggerito di fare. Così è entrata a colpo sicuro nella para cristiana, approfittando anche della mia assenza. Ora il caso sta andando avanti e così la mia esperienza si allarga anche su altri fronti. Ho conosciuto la via dei tribunali ed ho cominciato a rendermi conto di come si amministra la giustizia in Bangladesh. I signori avvocati parlano ancora in inglese in maniera che il pubblico non possa capire. Il tribunale di Assassuni non è molto lontano da Borodol, anche se bisogna attraversare due fiumi per arrivarci. Giudici e avvocati sono nelle mani dei Sana. Sono loro che comandano nella zona, qualunque sia il partito politico al potere; fanno l’alto e il basso, il buono ed il cattivo tempo; insomma sono la mafia locale.

Mi sono perciò adoperato per far trasferire il caso a Satkhira e difatti ci sono riuscito; ho la ferma fiducia che la verità verrà fuori. Tramite Gregory Banerji, nativo di Satkhira e impiegato al centro della Diocesi per seguire casi e casini delle varie missioni, ho conosciuto un bravo avvocato musulmano, già uomo di fiducia dei Padri Gesuiti quando erano a Satkhira. A lui ho affidato la difesa del caso di Borodol. Proprio oggi la comitiva dei dieci si è avviata verso Satkhira per l’udienza in tribunale che ci sarà domani. Io li raggiungerò in moto domattina. Naturalmente questa è stata un’esperienza salutare per tutta la comunità cristiana, che ha cominciato a temere di meno la polizia e i grossi papaveri di Borodol. Tutti si sono resi conto di quanto sia deleteria la divisione tra di loro: Muci da una parte e Cristiani dall’altra. Questo dà adito a chi da sempre li ha oppressi di entrare di nuovo in mezzo a loro e rendere così perpetua la loro schiavitù.

Questo è quanto scrivevo nella lettera, saltando tanti particolari. Così accennavo al fatto che Jogodish era stato trasferito al carcere di Satkhira, ma non dicevo come si era conclusa la sua vicenda. Quindici giorni dopo l’arresto, mi reco al carcere di Satkhira. Chiedo alle guardie come mai Jogodish è ancora in carcere. Loro probabilmente si aspettano che io sganci qualcosa (ghush). Io dico semplicemente: “Io non mi muovo di qui finché non mettete Jogodish in libertà!” Rimango lì impassibile tutto il pomeriggio. Verso le 7 di sera finalmente lo liberano. Lo carico sulla moto e via verso Borodol, anche se sono tre i fiumi da attraversare e di notte! La gente, quando ci vede arrivare, esce fuori in un tripudio di gioia.

Ma chi era il personaggio che ha inventato il caso e in che modo lo ha architettato? Il personaggio è ancora vivo e nutre una grande devozione verso di me. Qualche anno fa, da Borodol è venuto fino a Chuknagar a portarmi un vasetto di miele. Si chiama Samuel Makhal ed era uno de 4 calzolai della famosa calzoleria che con tanto entusiasmo avevamo iniziato a Borodol e che con altrattanta pena nel cuore era miseramente finita. E chi era il fantomatico personaggio, pestato dalla comunità cristiana, in difesa del quale Samuel aveva costruito il caso? Si tratta di Onil Mondol, anche lui ancora vivo e pieno di devozione verso di me.

Veniamo allora al caso. Onil Mondol, sposato con prole, improvvisamente prende una seconda moglie. La comunità cristiana, come di solito accade in queste situazioni, si riunisce per cercare di convincere l’individuo a ritornare sulla retta via. Una sera, i rappresentati della comunità insieme al sottoscritto convocano un meeting e invitano Onil a farsi presente. Il meeting va avanti per ore e ore e si conclude felicemente verso le due di notte con la rinuncia dell’Onil alla sua seconda moglie. Tutti felici e contenti andiamo a dormire. Al mattino, però, l’amara sorpresa. L’Onil, istigato da Samuel Makhal non so per quali loschi interessi, ma certamente dentro c’era lo zampino del diavolo, intesse il caso, nel quale dichiara: “Io ero Hindu e mi son fatto Cristiano; quando volevo ritornare Hindu, i Cristiani mi hanno preso e mi hanno bastonato”. Seguono poi i dieci nomi dei colpevoli (ashami), a cui io avrei dato l’ordine di picchiare. Tutto falso, perché l’Onil nato da famiglia cristiana, è cristiano dalla nascita. Ma il motivo della bastonatura aveva una motivazione religiosa e quindi il caso avrebbe fatto facilmente colpo in corte.

 Il seguito l’ho narrato nella lettera. Quello che non ho detto è che questo caso dà il via ad una serie di casi e contro casi (5 in tutto!), una vicenda dolorosa, che si concluderà felicemente solo agli inizi del 1985, quando il tribunale di Satkhira dichiarerà falso il caso e proclamerà l’innocenza dei nostri cristiani. Così anche il diavolo con i suoi adepti rimane sconfitto e noi possiamo proseguire nel nostro cammino di approfondimento della fede e di consolidamento della comunità cristiana.

Chuknagar, 15.05.2020

p. Antonio Germano Das sx